SULLA GLOBALIZZAZIONE

 

SULLA GLOBALIZZAZIONE-L'area euromediterranea  tra scenari di globalizzazione   ed innovazioni  territoriali  a scala   regionale e metropolitana 

a cura di Mario Mangone

 

Sommario

•           Gli scenari della globalizzazione

•      La prima fase “asimmetrica”dal 1870 al 1914

•      Nazionalismo guerre  e protezionismo (1914-1945)

         De-globalizzazione

•      La seconda fase  dal 1945 al 1980

•      La globalizzazione dal 1980 ad oggi

•      Gli scenari del dopo crisi

•      Strategie in corso

•        La funzione dei territori e delle strutture urbane

•       Il ruolo disciplinare e professionale

•           Tasselli  propositivi conseguenti a questo capitolo

 

 

Gli scenari della globalizzazione

Per contestualizzare l'area euromediterranea negli attuali scenari globali è assolutamente necessario attraversare velocemente il significato attuale di cosa possa significar oggi “globalizzazione”.

Fare ciò, implica di fatto, attraversare questo tema con strumenti critici ed analitici più congeniali ai tempi attuali, da non sminuire nella  loro  efficacia strutturale solo perchè, rispetto al compito parziale e specifico che ci viene richiesto, dovremmo limitare al massimo l'angolo, la visuale  di questo nostro compito e renderlo funzionale  in modo astratto a delle separate “opportunità strategiche” di sviluppo imprenditoriale.

Infatti più in generale ed oltre i singoli soggetti, esiste la necessità di definire, in forme strategicamente avanzate, il contesto generale entro cui bisogna agire e questo vale per tutti gli attori sociali in campo. Questa necessità parte dalla oggettiva constatazione che le relazioni tra analisi-decisione-azione-gestione, sia nel globale che nel locale, hanno assunto dimensioni epocali molto complesse, dinamiche difficili da individuare o prevedere, per cui non si può rimanere conficcati in una anacronistica e classica  storica relazione spazio-tempo e territorio sino ad ora vissuta e conosciuta.

Ad esempio parlare dell'area metropolitana di  Napoli, del suo contesto regionale e dell'area euromediterranea in generale, ci porta a dire che ciò non può essere più fatto,  rimanendo rinchiusi in un ambito limitato, nei  propri confini fisico-geografici. Sembra banale dirlo, ma ancora oggi il dibattito decisionale politico-culturale fa riferimento a dei territori che non esistono più o che funzionano diversamente dal passato. Chi può dire oggi, dove finisce ed inizia Napoli, il Mediterraneo o l'Europa?   Infatti le nuove relazioni spazio-temporali, operanti sui vecchi territori della nostra consolidata geografia immaginaria, hanno assunto confini  molto più difficili da individuare o da rendere minimamente percepibili. Non valutare ciò, significa fare una cattiva analisi e conseguentemente prendere cattive decisioni.

Pertanto allo stato delle cose possiamo definire il concetto di “globalizzazione” come quel qualcosa che attiene alla sua legittima occupazione nell'attuale scenario lessicale, a partire dagli anni '90, per dire che si è entrati in una nuova fase “epocale” ( Martin Albrow), che si appartiene  ad un nuovo  salto del concetto occidentale di  modernità (Ulrich Beck, Anthony Giddens). Allora parlare di definizioni  lessicali,  significa di fatto attraversare il presente ed automaticamente ri-vedere nel termine di “globalizzazione” una cesura netta rispetto al passato. Cesura, che va necessariamente analizzata e storicizzata ed in quanto tale attraversata criticamente, con nuovi strumenti scientifici,  capaci di ri-definire il senso, il ruolo, il peso delle relazioni che storicamente abbiamo ereditato. Si potrà velocemente constatare quanto questa posizione rimetta in discussione  concetti consolidati nel nostro apparato immaginario e culturale. Ad esempio concetti come corpo, residenza, quartiere, città, comune, provincia, regione, stato, nazione ecc. inizino fortemente a traballare, di fronte agli imponenti fenomeni cosiddetti di de-territorializzazione causati dalle nuove tecnologie e dai consumi territoriali dei new-media. Quindi nuovi relazioni tra il proprio corpo, la propria rete parentale, l'appartenenza  a gruppi d'interesse, partiti, istituzioni,  movimenti politico-culturali-economici ed il territorio fisico circostante su cui si agisce. Conseguentemente si sono prodotte nuove filiere di desideri, aspirazioni e consumi; un nuovo modo di vivere e percepire il mondo.

Questa nuova epoca, va urgentemente storicizzata, per scrutarne le nascoste fratture, le nuove ricomposizioni ed in quanto tale ci obbliga a rivedere il “nuovo mondo” attraverso nuove immagini identitarie singole, collettive e territoriali. Nel fare questo non abbiamo nessuna intenzione di abbracciare un periodo largo sul piano storico, ma elencare quanto più velocemente possibile passaggi significativi di questo grande fenomeno che appunto viene chiamato:   processo di globalizzazione.

Nell'ambito della nostra riflessione ed ancor più per circoscriverla alla specifica relazione tra area mediterranea ed i primi processi fondanti un avanzato fenomeno di globalizzazione, ci sentiamo in diritto di saltare a quei punti o capitoli,  che dal punto di vista storico vengono considerati un maturo punto di partenza. Quindi dopo aver   considerato come “impulsi” significativi,  nell'ambito dell'integrazione  macrospaziale,  l'VIII, il XIII ed il XIV secolo, iniziamo a  focalizzare la nostra veloce attenzione a partire dalla metà del settecento, dove abbiamo l'origine della cosidetta “doppia rivoluzione”, alimentata dalla formazione degli Stati e dal colonialismo pre-industriale nell'ambito della civiltà urbana occidentale.

Quando poi nel 1873 apparve il romanzo di Julius Verne  “Il giro del mondo in 80 giorni”, i giochi erano già fatti; il turista aveva già soppiantato il viaggiatore, supportato da nuove tecnologie quali il telegrafo (1839) che ha aumentato di 10.000 volte  la trasmissione tra Europa e gli Stati Uniti d'America. Come anche nel campo dei trasporti,  delle merci, dei mercati finanziari e delle poste attraverso cui era possibile inviare i primi telegrammi (1880) che rendevano strutturalmente più “globale” le forze che muovevano la storia del nascente capitalismo e del libero commercio a partire dal Regno Unito che si è attestato come la potenza più dinamica e con una struttura istituzionale liberale, cui tutte le altre nazioni cercarono di imitare; come pure per la Francia che con le sue idee, la sua ricchezza coloniale, unite alla fantasmagorica potenza e fascino della sua capitale ha irradiato effetti imitativi, in particolar modo nell'Europa orientale e nel sud del mediterraneo; fino  agli Stati Uniti che con la schiavitù  e con la guerra civile fino 1865 sono stati maggiormente impegnati ad uno sviluppo interno, almeno fino al 1893, anno della World's Columbian Exposition di Chicago, grande evento collettivo che ha simulato  un nuovo modello sociale, capace di gettare le basi del proprio distacco dall'Europa, nonchè fondare le basi della sua nuova politica imperialista nel mondo. A differenza di tante altre Esposizioni Universali in Europa (vedi Parigi, Londra, Vienna, Barcellona ecc.), nessuna esposizione universale è stata organizzata in Italia,   se non  di carattere nazionale e circoscritte al settore Industriale e delle Industrie e delle Arti, capace  promuovere il   nuovo modo di concepire e sviluppare il proprio “moderno senso” dell'epoca.  La tensione tra adattamento e preservazione diviene allora una forte spinta affinchè si formino gli Stati Nazionali, razionalmente organizzati e capaci di difendersi e gestire le potenti forze che si andavano a sviluppare nella nuova storia dell'occidente. Tutti  gli elementi potenzialmente positivi, degenerativi o regressivi che appartengono all'oggi,  sono da ricondurre a quel  salto epocale, che ha fatto leva su nuovi modelli di ri-organizzazione istituzionale, politico economico e culturale, di cui solo oggi ne valutiamo le profonde crepe strutturali. Quindi attraversare queste tappe, significa riaprire nuovi punti di vista sulle relazioni tra  territori omogenei (nazioni) ed i reali poteri capaci di condizionare di fatto il proprio sviluppo. L'Italia, e con essa il Mediterraneo, sono da allora appartenuti  ad un solco periferico rispetto ai centri ed ai poteri che hanno condizionato nei fatti i primi processi di sviluppo della moderna globalizzazione. Questa analisi è ancora più importante se inserita nell'ambito delle riflessioni che appartengono alle iniziative in corso nel nostro paese in merito alle sue relazioni con il contesto europeo ed internazionale.

La prima fase  “asimmetrica”, dal 1870 al 1914

Questo nuovo tempo si contraddistingue con l'appellativo della “bella époque” in cui i flussi commerciali e finanziari iniziano a viaggiare lungo la direzione del nord-sud. Un nord con alti redditi ed il sud con medi e bassi redditi. Il nord tende a produrre beni manufatturieri e scambiarli con il sud,  contro materie prime, semilavorati e mano d'opera a basso costo. Inoltre al nord si sviluppano  mercati finanziari che si espandono con grande velocità, grazie alla forte concentrazione di gran parte dell'attività industriale sui suoi territori, dell'innovazione tecnologica (trasporti marittimi e ferroviari-apertura del Canale di Suez nel 1869), nuovi servizi telegrafici che abbassano enormemente i costi di comunicazione . La politica (in particolar modo in Europa) punta alla liberalizzazione degli scambi  attraverso accordi commerciali tra Inghilterra, Francia, Olanda, Germania e  Stati Uniti,  agevolati dalla vicinanza tra agglomerazioni urbane e produttive, nonché dalla vicinanza dei consumatori finali e ai fornitori di beni intermedi. Gli elementi dispersivi  vanno invece collegati alla competizione locale, alla saturazione e decrescente produttività del lavoro agricolo. Tutto ciò amalgamato dai vantaggi tecnologici della prima fase di sviluppo  industriale che mantiene elevato il differenziale di crescita tra paesi industrializzati e non, tra nord e sud, nel nostro caso tra Europa del nord ed area mediterranea (ed all'interno di quest'ultima Napoli con il suo Mezzogiorno), frutto anche dell'incapacità della crescita economica di soddisfare sufficientemente la crescita della popolazione mondiale, in particolar modo nelle grandi aree urbane ereditate (fra queste in forme specifiche e particolari c'è anche Napoli) dai primi fenomeni di inurbamento a metà del settecento.

Si evidenzia, allora,come in questo periodo affollato da profonde e veloci trasformazioni, il sistema commerciale e finanziario sia caratterizzato dall'assenza di organismi internazionali capaci di regolare i rapporti tra i vari paesi. Quindi la prima fase della moderna globalizzazione è “asimmetrica”, nel senso che i costi ed i benefici non vengono egualmente distribuiti tra i suoi diversi attori e tutto viene gestito secondo nuovi rapporti di forza tra diversi paesi. Ad esempio i paesi posizionati su linee commerciali e produttive più avanzate hanno bisogno di mercati di sbocco verso cui indirizzare la loro accresciuta capacità produttiva e parallelamente richiedenti di materie prime di cui sono carenti. Queste esigenze spingono la “politica” ad avviare una nuova filosofia che è quella dell'integrazione economica, ma ogni paese cerca  di proteggere le proprie industrie nazionali dalla competizione estera ed i pochi processi di liberalizzazione si soffermano su pochi settori,  se non su pochi partner (vedi i primi accordi commerciali bilaterali tra   Inghilterra e Francia-1860 - che condizioneranno tutti quelli successivi). Inoltre nel sistema  finanziario la situazione non è tanto diversa. Il sistema dei tassi di cambio fissi è basato sul sistema aureo (tra il 1879 ed il 1914), il famoso Golden Standard  si fonda su  alcuni  principi fondamentali:

  • la convertibilità delle valute in oro secondo  parità fisse e prestabilite;
  • la completa mobilità dei capitali  e costruzione di spontanei equilibri finanziari   internazionali attraverso lo spontaneo modificarsi dei prezzi e del libero scambio di beni.

Tale situazione sviluppa nei fatti un sistema fortemente asimmetrico in quanto la Banca  d'Inghilterra emette una quantità di moneta superiore alle sue riserve auree, mentre le banche dei paesi periferici titoli di debito emessi in valuta britannica come riserva valutarie e ciò  evita  l'aggiustamento automatico, previsto dal meccanismo basato sulla convertibilità delle valute in oro ad una parità fissa. Quindi l'ordine monetario, in questo caso,  viene fortemente condizionato dai paesi sviluppati ed in primo luogo da quei paesi che sono al centro del sistema monetario e cioè l'Inghilterra in prima battuta, che riesce a scaricare,  all'interno del nuovo sistema di potenze economiche e militari, tutto il costo degli interventi di riequilibrio sui paesi della periferia e conseguentemente anche sull'area del sud del mediterraneo,  compreso il nostro mezzogiorno. Gli squilibri tra nord e sud iniziano da questo primo impatto con una gestione asimmetrica dei processi  tra centro e periferia, squilibri che verranno poi limitati, ma non superati,  nei successivi anni '20 con l'istituzione del Gold Exchange Standard.

Nazionalismo guerre  e protezionismo (1914-1945) -Deglobalizzazione

Dopo la costruzione dell'interdipendenza ed integrazione economica del precedente periodo, quello  che va dal 1914 al 1945 segna un preoccupante regresso. In particolar modo,  a partire dagli anno '30 con  la depressione,  frutto della crisi del '29 e della crisi del Gold Exchange Standard si determinano un peggioramento degli scambi e delle relazioni internazionali. Infatti nei soli Stati Uniti, tra il 1929 ed il 1933,  le importazioni calano del 30% e le esportazioni del 40%. In Europa, tra il 1929 ed il 1932 , la produzione industriale scende del 30% e si dimezza il commercio. Queste tendenze si registrano nell'intero mondo  industriale e questi fenomeni degenerativi verranno alimentati da fenomeni diffusi di deflazione dei prezzi che deprezza il valore delle merci. Inoltre la politica internazionale muta profondamente e crea un arretramento sui processi d'integrazione. Le due guerre mondiali non sono le uniche cause di questo processo, ma unite anche  al fallimento del Gold Standard e la nascita di politiche nazionalistiche e protezionistiche, come negli Stati Uniti con il Smooth-Hawley Tariff Act del 1930, che innnalzano i dazi sui beni importati ad un livello medio almeno per il 50% e ciò incide sulla costituzione di blocchi commerciali  che ricalcano e si sovrappongono agli equilibri politico-militari costituitosi.  Inoltre ogni paese che era colpito dalla profonda crisi ha puntato sulla svalutazione per esportare i propri prodotti e ciò ha provocato una svalutazione competitiva che ha fatto crollare le importazioni e di conseguenza l'intero commercio ed il tasso di crescita mondiale. Quindi un fase di de-globalizzazione.

La seconda fase  dal 1945 al 1980

Dopo i conflitti bellici molti paesi sono predisposti ad un nuovo processo di pacificazione e conseguentemente di internazionalizzazione. Gli Stati Uniti promuovono il Piano Marshall nell'Europa Occidentale,  ma approvano anche l'accordo di liberalizzazione commerciale e di riduzione dei dazi internazionali sui beni industriali come il GATT (General Agreement on Tariff and Trade ) e quello di Bretton Woods,  in cui si decide di costituire le prime  istituzioni internazionali come il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e BM (Banca Mondiale).  Con queste decisioni cresce il commercio mondiale, si riducono i costi di trasporto e comunicazione  e si supera la fase protezionistica degli anni'30. L'unica debolezza è da registrare nella politica verso i Paesi in via di sviluppo (PVS), che vengono esclusi dal processo di liberalizzazione, in particolar modo sui prodotti tessili, siderurgici ed agricoli, provocando paradossalmente barriere commerciali tra gli stessi PVS; tale fenomeno interesserà meno il sud-est asiatico (tigri asiatiche) che entreranno poi nei paesi del nord. L'insieme di questi paesi costituirà il 70% del commercio internazionale.  All'interno di esso si consolideranno delle aree privilegiate come la Comunità Europea (nata con  il trattato di Roma 1957). Tali aree non nascono con una connotazione regressiva e protezionistica, sul tipo delle  politiche pre-belliche, ma sostengono e supportano processi  di apertura politica ed economica che va appunto nella direzione opposta, ma rimangono sulla scia di rapporti preferenziali; in questo caso ed in particolar modo il Nord Europa ed il Sud  del Mediterraneo,  verranno fortemente condizionati da essi, condizionando in particolar modo i flussi migratori ed  trasferimenti di capitali  tra essi. Al punto tale che si potrà sicuramente  dire che i flussi commerciali non sono più vincolati al rapporto tra capitale e lavoro, come nella prima fase della globalizzazione, ma seguendo traiettorie differenti entro cui agiscono nuovi elementi. Infatti si assiste ad una convergenza dei livelli di redditi nei paesi sviluppati tenendo conto di una prima classificazione a cui appartengono quelli dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e  lo sviluppo economico) seguiti dai paesi socialisti, poi dai paesi di nuova industrializzazione (NIC) ed infine i PVS. A livello internazionale I tassi di crescita differenti sono inversamente proporzionali al livello iniziale di reddito pro  capite, in quanto i paesi che “agguantano” quelli più avanzati crescono ad una velocità relativamente superiore in quanto  nell'accumulazione dei beni capitali si incorporano le tecnologie più moderne e ciò comporta un tasso di crescita del prodotto per addetto maggiore. Ciò non vale per i PVS che non riescono ad agganciare la crescita globale e ciò provoca una disuguaglianza a livello mondiale a partire dagli anno'60 fino agli anni '80. Intanto in Europa tra il 1951 ed il 1957 si definiscono i primi accordi di coperazione economica e politica. Nasce la Comunità Europea del carbone (CECA), la Comunità Economica Europea (CEE)  e dell'Euratom.  Accordi sostenuti  da una prima lista di paesi Belgio,Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, accordi che segnano un profondo cambiamento politico che inaugura anche una una strutturale cooperazione  economica che porterà verso la terza fase della globalizzazione, con la nascita del Mercato Unico (Atto Unico-1987), Unione Europea (Trattato di Maastricht-1993) ed infine Unione Monetaria (a partire dal 1999) e l'allargamento della CEE con la Danimarca-Irlanda-Regno Unito (nel 1973), proseguito poi con la Grecia( 1981) e Portogallo e Spagna (1986). Mentre i primi paesi annessi all'Unione Europea sono l'Austria, la Finlandia e la Svezia (1995), seguono poi Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta. Polonia, Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria (2004). Tale  processo d'integrazione fra paesi per storie, culture ed economie differenti ci fa ancor più capire quanto i paesi che sono in forte ritardo, attraverso flussi di investimenti intra-regionali, ai trasferimenti diretti europei, alla politica agricola ed all'apertura di mercati di sbocco riescono ad agguantare i paesi più sviluppati. L'esperienza tra Francia e Germania e sicuramente diversa tra Germania e Spagna, ma il reddito medio pro capite europeo mentre negli anni '50  è largamente inferiore a quello americano,  nel dopoguerra  si passa dal 40% al 70 % di quello americano. Alla base di questo risultato vi è un accordo implicito che prevede la concessione di una certa protezione lavorativa e sociale in cambio di moderate rivendicazioni salariali, che giustificano una migliore presenza dei paesi europei nell'integrazione economica e nella competizione globale, ma questo modello non implica di fatto anche la capacità di rispondere  alle sfide nell'attuale  competizione globale, anzi è opportuno ancor più valutarne pregi,  ma anche incrostazioni che non hanno permesso di svolgere in pieno i propri compiti. Su ciò l'Europa,  Napoli ed il Sud del Mediterraneo hanno da attraversare questo compito con nuove lenti, capaci di intravedere velocemente il nuovo terreno da ri-calcare. 

Terza fase- dal 1980 agli attuali scenari del dopo-crisi

In quest'ultimo periodo i volumi di merci e capitali, insieme agli scambi finanziari si intensificano fino ad aspendersi nella totalità dell'intero  pianeta. A questo fenomeno hanno contribuito la fine della guerra fredda e della suddivisione del mondo in due blocchi contrapposti, il rafforzamento dell'Unione  Europea e di altre istituzioni internazionali. Inoltre l'emersione sulla scena del commercio internazionale di due nuovi grandi paesi come la Cina e l'India, comunemente denominati “Area CINDIA”, la quale con il  Brasile e Russia forma il BRIC, poi Malesia, Argentina, Brasile, Messico, Ungheria, Filippine, Thailandia che insieme all'esplosione delle nuove tecnologie fannno di questo periodo l'immagine compiuta di ciò che noi riteniamo dire con “globalizzazione”. Quindi nell'attuale fase il mondo può essere suddiviso in 4 gruppi. Il primo dai paesi dell'OCSE, il secondo dai PVS in fase di globalizzazione, il terzo dai PVS poveri non integrati (Least Developed Countries -LDC) in transizione verso mercato più integrati ed infine i paesi esportatori di petrolio, Come si può notare può non esistere una contiguità fisica od integrazione geografica fra i diversi livelli di classificazione;  i vecchi parametri sono completamente cambiati, vediamo su quali nuovi elementi e criteri ci si basa in questa nuova classificazione.

Il progresso tecnologico, presente nel campo dell'informatica, delle telecomunicazioni, condiziona fortemente la struttura produttiva all'interno della fabbrica e sul territorio, sistema ereditato dall'iniziale impianto fordista della produzione e dell'organizzazione del territorio a partire dalla metà dell'ottocento. Tutte le metodologie di management aziendali, l'organizzazione del lavoro e della produzione di beni,  la fornitura di servizi pubblici e privati, il sistema educativo e formativo a partire dall'università, la ricerca ed il suo sviluppo all'interno delle imprese, come pure tutte le relazioni sviluppate fra quest'ultime e l'intero territorio circostante,  sono profondamente condizionate da queste profonde innovazioni, al punto tale che possiamo sicuramente parlare di “nuova rivoluzione industriale”. Basti pensare solo al crescente bisogno ed accesso alle “innovazioni aperte” (open innovation), per cui le innovazioni di processo e di prodotto nascono non solo all'interno dell'impresa, ma nell'interazione con altre imprese, con i consumatori, con i fornitori, con i ricercatori, con la distribuzione ecc. Tali innovazioni permettono a quelli che sono in ritardo, di attingere al mercato delle innovazioni diffuse, ma nello stesso tempo si abbassano i costi internazionali del commercio, di trasporto, modificando profondamente le relazioni tra idee-progetto-brevetti-linee produttive-distribuzione-consumo, avviandosi verso quel fenomeno chiamato offshoring sul nuovo grande scenario della globalizzazione.

Il commercio internazionale, insieme alle innnovazioni tecnologiche di sicuro vanno valutate attentamente tutti quei processi politici di liberalizzazione commerciali iniziati alla fine del secondo conflitto mondiale, come pure vanno considerati le negoziazioni a livello multilaterale, come quelle bilaterali. Tutti si accordano affinchè si vada verso la costituzione di un'Organizzazione mondiale del commercio, capace di supervisionare i trattati di liberalizzazione internazionale, dirimere controversie fra Stati e creare le condizioni affinchè si possa sviluupare un forum permanente sugli accordi multilaterali sugli scambi commerciali. Secondo i dati dell' OMC ( Organizzazione Mondiale del Commercio- World Trade Organisation-WTO) l'andamento globale è stato in crescita, come anche la partecipazione di nuovi paesi appartenenti alla schiera dei PVS, almeno fino agli annni 2006 e prima della grande crisi finanziaria del 2008. Il peso fondamentale di queste tendenze positive sono da addebitare innanzitutto al rapido sviluppo di due nuovi giganti commerciali come la Cina e l'India, che oltre allo scambio di beni, frutto delle catene di produzione, si intensifica lo scambio internazionale dei servizi come ad esempio la programmazione di software e di design, dei call-center, dei centri di elaborazione stipendi e paghe, elaborazioni dati, ricerche di mercato, word-processing ecc. Tutto ciò può essere scambiato internazionalmente facendo saltare radicalmente la relazione fra sistema impresa e territorio circostante.

Con outsourcing e offshoring, il nuovo millennio si è aperto con ampie possibilità di costruire relazioni commerciali a livello globale. Mentre la produzione si sviluppa all'interno di processi unitari e concatenati, chi voglia intervenire nei paesi  esteri lo può fare esportando i beni prodotti all'interno del proprio paese d'origine,  replicare l'intera fliera produttiva nel paese ospitante o acquisire una impresa simile capace di ripristinare anche contratti di fornitura del proprio paese d'origine. Se salta l'unitarietà del processo produttivo è anche possibile trasferire parte della produzione all'estero, per parti e con contratti di sub-fornitura. Ciò implica che bisogna registrare delle differenze tra le prime due fasi dei processi di globalizzazione con l'ultima. Nelle prime due, le imprese sono caratterizzate da una elevata integrazione verticale (nel senso di fortemente concatenati e difficilmente separabili) ed i servizi ad essi collegati, come il personale annesso, si trovano in loco, contigui al luogo della produzione. Ciò ha significato  una maggiore concentrazione degli insediamenti industriali ed una maggiore e più accentuata divisione tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo (PVS). Infatti quest'ultimi competono con i precedenti. sulla possibilità di produrre beni in cui il lavoro è impiegato in modo tale che il costo del lavoro sia superiore ai maggiori costi di coordinamento internazionale imposti dalla delocalizzazione delle attività produttive e dal differenziale di produttività dei lavoratori che favorisce i paesi industrializzati.

Quindi le attività che prima erano incorporate all'interno di una impresa vengono divise in fasi indipendenti ed alcune di esse vengono commissionate  separatamente ad imprese esterne, facendo nascere il fenomeno dell'outsourcing  e quando acquista dimensione internazionale viene definito offshoring, che con dovute ed articolazioni tipologiche di gestione interne poi si struttura nella tipologia d'impresa della multinazionale. La pratica dell'offshoring  di fatto ha provocato la crescita degli scambi dei prodotti intermedi (parti e componenti), di servizi commerciali e di capitali tra paesi. Infatti il commercio mondiale di parti e componenti appartenenti al settore manufatturiero è aumentato circa del doppio tra il 1992 ed il 2003, frutto in particolar modo dell'intensificazione degli scambi commerciali tra i paesi emergenti dell'area asiatica, che hanno strutturato di fatto fra loro una “matrice produttiva”. Allo stesso tempo questi fenomeni di internazionalizzazione e di reciproca interconnessione, degli scambi produttivi  di servizio alle imprese, ha determinato la difficlle previsione delle tendenze macroeconomiche-territoriali, al punto tale che non si riescono a prevedere  le ricadute di questo processo sulla distribuzione del reddito, sul lavoro, sull'occupazione e sull'intera parcelizzazione dei servizi sulla filiera dell'ideazione, progettazione, produzione, promozione, distribuzione e vendita di prodotti. Inoltre incidono fortemente sulla difficoltà di  queste previsioni le innovazioni introdotte dalle nuove tecnologie, dai costi di trasporto, dalle normative nazionali e dai costi  complessivi  della produttività relativa.

Se si inizia ad immaginare la complessa rete di funzioni e relazioni che si sviluppa all'interno di questa nuova forma di produzione-consumo di beni o nella classica dicotomia tra beni importati ed esportati usata nella teoria classica economica o nel dibattito odierno fra autorità economiche e politiche, ci rendiamo conto che si  brancola nel buio e che ci sono buone possibilità che gli attuali processi economici a livello globale e su aree territorialmente omogenee siano allo stato imprescrutabili o poco conosciuti. I soggetti vincolati ad agire in questi settori non hanno gli strumenti per gestire una tale mole di complessità, implicazioni trasversali appartenenti a queste nuove forme avanzate di globalizzazione sono allo stato solo all'inizio per  essere opportunamente ri-levati. La ricaduta di questa nuova situazione è di tipo scientifico-disciplinare, di tipo politico e conseguentemente vincolata alla propria capacità di stabilire delle nuove ed efficaci relazioni tra occupazione e distribuzione del reddito o a più precise forme di “welfare territoriale”, da sganciare da normative di carattere nazionali o macroterritoriali. Sembra chiaro che all'interno di questo nuovo scenario salta completamente la definizione classica di “classe sociale”,  di “limite geografico”, di “struttura urbana” su cui classicamente si è operato sino ad ora, con strumenti teorici e culturali spesso ancora legati alle prime forme e fasi di globalizzazione di carattere ottocentesco. Ovviamente riportiamo in questa sede queste questioni, come semplice promemoria tematico, avendo la consapevolezza che le analisi in corso su questi fenomeni hanno raggiunto livelli avanzati e sofisticati, ma siamo anche sicuri che allo stato, almeno nella nostra realtà territoriale, non siamo nemmeno allo stato di presa d'atto di questi fenomeni, si continua ad agire come se nulla fosse successo od al massimo considerare la “propria realtà” come  frutto di degenerazioni storiche o “strutturali  ritardi”, sicuramente ci sono questi fenomeni, ma ancora non si è colto in profondità le specificità strutturali con cui Napoli, il Sud del mediterraneo  sta  reagendo  a tali imponenti processi di trasformazione.

La regionalizzazione degli scambi  ed i grandi processi di liberalizzazione degli scambi commerciali, che fanno parte di questa terza fase dei fenomeni legati alla globalizzazione, non sono solo legati alla “negoziazione multilaterale” (Nafta, Asean ecc.), ma da ulteriori accordi bilaterali e regionali, a volte simili ed altre volte differenti, che hanno effetti degenerativi ed imitativi sull'intero comparto delle regole generali. Ad esempio il processo d'integrazione e allargamento del mercato europeo, la creazione di libero scambio nel Nord America, i numerosi accordi bilaterali tra il Sud ed Est Asiatico, mentre da una parte sviluppano una fase molto positiva nell'ambito degli scambi commerciali, dall'altra creano  dei risultati  prolungati di difficile gestione paritetica ed addirittura di privilegiati fenomeni di avanzato protezionismo da parte dei paesi più sviluppati, con imposizione di standard, di norme per i beni importati e di numerose clausole di salvaguardia. Ciò comunque non ha comportato la creazione di blocchi antagonisti, come era avvenuto prima del dopoguerra, perchè vi è stato un largo coinvolgimento di paesi terzi non  impegnati negli  accordi ed inoltre ciò  si è ditribuito su una vasta gamma di prodotti intermedi; ne sono un limpido esempio gli scambi  commerciali sviluppati nell'area  sud-est asiatica ed in particolar modo tra Cina ed India.

I movimenti internazionali  di capitali,gli intrecci tra scambi commerciali e finanziari (investimenti a lungo e breve termine, movimenti speculativi ecc.) hanno determinato di fatto i profondi e strutturali meccanismi  della terza fase di globalizzazione. I movimenti complessivi di capitale globale sono passati da 1200 miliardi di dollari (nel 1980)  a  5.800 miliardi (nel 2004) , il tasso di crescita degli scambi finanziari ha superato  quello del prodotto mondiale innanzitutto nei paesi ad alto reddito. Essi sono stati favoriti sia dall'aumento delle centuplicate relazioni commerciali internazionali accompagnate (IDE-Investimenti Diretti all'Estero)  da una politica di riduzione delle barriere normative e protezionistiche, All'interno di questo fenomeno non troviamo solo le grandi imprese, ma una proliferazione di soggetti medi ed intermedi che sono andati verso una migliore ricerca  di condizioni produttive e finanziarie oltre i propri confini nazionali. Altri fenomeni  si sommano con caratteristiche degenerative come quelle fondamentali di eludere il fisco nei propri confini nazionali, che unite a quelle restrittive precedenti hanno reso lo scenario, molto imprevedibile, labile e poco  trasparente ed  il FMI e l'OMC non hanno gestito con la dovuta autorevolezza  questa fase.

Questo complesso combinato ha raggiunto un limite  che richiede degli interventi regolativi comunque di supporto strategico che include interventi politici e strategie più mirate nella relazione fra differenti paesi e territori omogenei. Da questo punto di vista l'area euromediterranea si assume tutta intera la difficoltà di questo passaggio, per le sue relazioni tra paesi contigui, con la stessa Europa e conseguentemente per le sue relazioni con le aree forti o in fase di sviluppo, Calibrare per bene una nuova strategia non è molto facile. Inoltre i paesi in fase di nuova e rapida industrializzazione saranno costretti , in particolar modo nella fase post-crisi,  a ridurre i loro vantaggi di costo, precedemente praticati, in seguito a nuovi differenziali d'inflazione, di nuove richieste salariali ed a probabili rivalutazioni di cambio. Mentre i paesi emergenti tendono ad accumulare capitale fisico ed umano,  unito alle nuove conoscenze e ciò comporta  una loro maggiore  competività su settori di minore intensità di lavoro e spostare le  aree sviluppate su settori con maggior valore aggiunto. Tutto ciò rimette in moto tutti i vecchi equiibri e li inserisce in un vorticoso processo di difficile gestione istituzionale e politica. Pertanto i vecchi riferimenti classici capaci di regolare tali processi sono in  affanno rispetto a tali poderosi nuovi fenomeni e mettono sotto pressione tutti quei paesi che sino ad ora si sono considerati portatori di  egemonia nel mondo. Se diamo per acquisito che lo sviluppo tecnologico aumenterà e ciò determinerà la delocalizzazione di servizi, con una ulteriore frantumazione delle filiere produttive, significa che i paesi sino ad ora considerati altamente sviluppati devono non solo riaffermare i caratteri di efficienza e di  maggiore flessibilità sui mercati, ma ancor più inserire in questi nuovi processi  e nel cuore della nuova competizione post-crisi valore aggiunto, il che richiede sofisticate analisi o linee progettuali , debordanti ampiamente i vecchi confini e limiti delle culture  fordiste per abbracciare un complesso intreccio di competenze professionali, sia in fase ideativa, di produzione e distribuzione a cui non tutti sono preparati ed all'interno di questa nuova fase l'area metropolitana di Napoli, con il suo contesto euromediterraneo,  non ha ancora minimamente nemmeno posto all'ordine del giorno questa questione, o sviluppare dei  nuovi capitoli per nuova agenda strategica, non viziata   da una cultura che vede nell'”investimento”, il fine ultimo e non in esso lo strumento per effetti indiretti da capitalizzare sul  proprio territorio, riferendoci in questo caso alla capacità di creare un tessuto produttivo più avanzato, i cui benefici ricadono sulle imprese e territori locali,  o innalzare i livelli di professionalità e produttività di lavoro e conseguentemente creare istituzioni finanziarie più solide, più congeniali e funzionali alle strategie da metter in atto e non ad una passiva distribuzione di capitali per investimenti di corto raggio. In questo caso la globalizzazione sta accelerando ed ampliando la scala dei problemi in attesa di ri-soluzione e non ci si rende conto che questi non sono altro che gli epigoni di una vecchia fase a cui non si potrà dare risposte minimamente risolutive, se non all'interno di una nuova cosidetta “idea di sviluppo” di Napoli e dell'area euromediterranea nel mondo e nell'ambito dei nuovi processi di globalizzazione.

L'area regionale euromediterannea e conseguente ruolo dell'area metropolìtana di Napoli. In questo contesto Napoli, intesa come area metropolitana ampia, deve entrarci facendo forti salti innovativi, di natura culturale, strategica-organizzativa, finanziaria, tecnologica, imprenditoriale  e conseguentemente politica. L'”immediatezza” di questa scelta non  permette di far abdicare dalle sue responsabilità,  innnanzitutto la sua classe dirigente locale, che deve essere  capace di confrontarsi con la violenza e la profondità di questi processi e con la “programmata indifferenza” di quella nazionale, che  adombra più spesso l'ipotesi che ormai per Napoli ed il Sud non c'è più nulla da fare.  Tale “immediatezza” implica un salto epocale con cui fare i conti, per il semplice fatto che stare in essa, in modo efficace, implica farsi carico di un “progetto di modernità” che sembra non gli appartenga come ruolo,  anche per il semplice fatto che in molti, gli hanno fatto credere che forse non gli è mai appartenuto. Quindi partecipare alla competizione globale implica innanzitutto definire i termini della questione, compito che non può essere delegato ad altri, perchè c'è bisogno di un proprio punto di vista, di una propria idea, non solo della globalizzazione, ma del mondo intero che si sta preparando nel nostro vicino futuro, nelle sue complesse articolazioni e stratificazioni, ancor più interconnesse e  funzionalmente condizionanti fra di loro. Questo compito non spetta ad un solo soggetto e sicuramente non può essere delegato a terzi e tantomeno ad  alla sola “politica”, perchè rispetto a queste questioni  spesso ha sviluppato solo strategie di “resistenza” e di “sopravvivenza”, anche quando cerca minimamente o formalmente di affrontarle. L'attuale pratica  “politica” territoriale, cerca di imbrigliare, ostacolare, ibernare, moderare,  anche con l'avallo di diverse ed autonome  istituzioni od accademie,  il cui compito dovrebbe essere invece quello di spronare a lasciare le sicure coste del “bel tempo andato”. Quindi compito imminente e quello di avviare un forte lavoro teorico, diffuso ed articolato, capace di de-costruire incrostazioni culturali e strategiche, appartenenti al flusso vivo e storicamente consolidato.

In questa sede si cerca di definire per linee molto generali, la griglia attraverso cui tale compito è possibile svilupparlo. Una sorta di progetto editoriale strategico da  calare sull'intera complessità sociale  di un'area metropolitana, così difficile come quella napoletana. Obiettivo di questo lavoro è dimostrare come l'area metropolitana di Napoli non potrà mai salire sul grande tavolo della competizione internazionale, se non si fa carico di una sua nuova idea di sviluppo, nell'ambito  dell'intero “sistema paese” e conseguentemente dell'Europa (del nord e del sud mediterraneo) capace di stare in gioco, in quello più forte della globalizzazione planetaria. Con  la differenza rispetto al passato, che tale compito non dovrà essere indotto da altri, ma dalle proprie specifiche forze da gestire in un complesso gioco che devono vedere le scelte sul globale e nel locale in immediata sintonia e sinergica efficacia, questo è il salto qualitativo che bisogna fare , non domani , ma già  da oggi, per non averlo  fatto già ieri.

Dalle cose dette precedentemente sembra chiaro allora che, l'attuale ed ultima fase di globalizzazione ha costretto gli strumenti e le aree di produzione a relazionarsi seguendo una logica reticolare, dove appunto il flusso di tali relazioni  organizza dei nodi specializzati locali e diffusi, mettendo in forte crisi le storiche relazioni tra singoli e Stato e conseguentemente tra territorio (fisicamente circoscritto vedi area metropolitana) e il sopracitato flusso immateriale delle relazioni.

Il caso Napoli ci spinge allora a verificare in che modo  nel corso degli ultimi eventi abbia fatto i conti con il cosiddetto passaggio dalla gestione fordista del territorio  a quello post-fordista ( a rete) e nel fare questo dobbiamo attraversare  le complesse sfumature che sono sussistite nella  relazione Napoli ed il sud in generale, tra “sviluppo” ed “arretratezza”. Termini che troviamo in tutta la loro  interezza e pregnanza  tematica,  nel mettere in relazione il sud del mediterraneo o del mondo, rispettivamente con  i paesi svilupati del nord europa e dei paesi forti nel mondo globalizzato. Quindi per Napoli passano modelli d'intervento calibrati su “paradigmi” interpretativi  e gestionali che hanno viaggiato sempre su diverse sponde, mai definite e fortemente fondate. La conseguenza di ciò risulta essere che la storia di Napoli, almeno a partire dagli inizi dell'800 , rientra all'interno di quelle esperienze urbane in cui è possibile leggere,  come nel riflesso di una immagine speculare,  i risultati di politiche e strategie che non appartengono al suo specifico territorio, ma frutto di azioni e decisioni che appartengono ad una sfera territoriale, che come minimo va relazionata a ciò che è successo in Europa, ma sarebbe a questo punto opportuno dire all'interno delle prime fasi moderne  di globalizzazione.

A tal proposito e dalle cose dette precedentemente , riguardanti la prima fase (vedi capitolo dal 1870 al 1914), si capisce che la sorgente “questione meridionale” frutto anche della dissoluzione dello Stato-Nazione di carattere unitario,  ha origini che vanno ri-costruite all'interno di un'altro scenario storico che non va rinchiuso negli stretti confini nazionali ed europei, e  ciò ci spinge a dire che sicuramente Napoli ed il Sud in generale, possono essere considerati  laboratori storici ed urbani in cui, come appassionati archeologi della prima modernità,  possiamo ri-scoprire  tutte quelle ricadute fisiche, sociali ed immateriali  che hanno fatto di questi spazi geografici, una specialissima testimonianza di ciò che hanno significato le nuove relazioni tra nascente globalizzazione e prime forme di gestione imperiale, tra centro e periferia, tra Nord e Sud del mondo, dove iniziano  a diversificarsi linee ineguali nelle forme di sviluppo e queste non passano più per linee geografiche ben delimitate, ma all'interno di nuovi flussi  immateriali sopranazionali, che danno il via al fenomeno della de-territorializzazione. Sono appunto le grandi aree metropolitane a porsi come raccoglitori ed organizzatori di questi nuovi flussi planetari e ciò ha richiesto una complessa e profonda specializzazione delle loro funzioni urbane, che si sono volta per volta specializzate e sviluppate, compatibilmente alle loro specificità storicamente consolidate. Al punto tale che possiamo dire che Napoli può essere considerato  uno specifico luogo in cui il rapporto tra gestione del capitale, nuove forme di produzione e la loro ricaduta sul territorio urbano, hanno determinato un'altrettanta specifica relazione tra “sviluppo ed arretratezza”. Binomio conflittuale che troviamo in tutte le grandi aree urbane del capitalismo nascente. Quindi in quanto tale Napoli appartiene profondamente e con leggittimità a rappresentare questa forma “diseguale” ed  “asimmetrica”,  fondante i nuovi cicli di sviluppo appartenenti alle prime forme di globalizzazione, tipiche delle prime forme di squilibrio tra Nord e Sud, iniziate appunto con questo primo impatto con la globalizzazione e con  una gestione asimmetrica dei processi  tra centro e periferia. Napoli oggi eredità la storia di queste politiche asimmetriche, e non possiamo che ripartire da esse, per ricostruire una nuova direzione ed identità strategica  lontana  dagli appelli sui temi tipici sul “ritardo storico” del sud verso il nord e del suo “non ancora”, se relazionato ai criteri e parametri avanzati di sviluppo. La relazione tra “sviluppo ed arretratezza” va quindi contestualizzata all'interno dello scenario più generale e con  chi ha  avuto la possibilità di  gestire tecnologicamente, economicamente, politicamente e culturalmente la loro  “forma”, comprendendo il sofisticato ruolo degli Stati nazionali  e delle nascenti organizzazioni internazionali, i quali hanno gestito “sviluppo ed arretratezza” non più separati, ma integrandoli all'interno di un nuovo sistema qualitativo e strategico. Questo cambio di rotta passa per la gestione dei flussi di migrazione interna, per quella dei  flussi e gestione d'investimento finanziari  e cosi via. Questo fenomeno in Italia si afferma in modo chiaro e preciso nelle modalità con cui lo Stato nazionale gestisce il problema meridionale e del sud, a partire dai primi anni del'900, come in modo ancor più evidente dagli anni '50. Come a stabilire un processo, che pur agendo sul territorio nazionale, calibrava in forme pianificate la sua relazione con i processi più generali di internazionalizzazione economica e politica,  subito dopo la seconda guerra mondiale.  Pianificazione che non implicava di per sé la soluzione o il raggiungimento degli obiettivi preposti, ma la dichiarazione di “responsabilità” nei suoi confronti, un portare al suo “interno”: il “ritardo”, l'”arrettratezza”.  Gestendo, attraversando, analizzando,  decidendo si è dispiegata comunque la volontà di rendere  l'arretratezza funzionale allo sviluppo, dove non è solo importante l'atto risolutivo, ma anche ciò che non viene “fatto”. Anzi la “mancanza” del fare, per certi aspetti, assume forse più significato rispetto al tema che stiamo attraversando. Infatti se leggiamo le pratiche politiche, economiche e d istituzionali con cui si sono gestite forza lavoro a basso costo,  unita alla  mobilità interna ed esterna, presente nel meridione, ci rendiamo conto come  siano  state offerte dallo Stato la “fuga” e la scelta di emigrare come atto obbligato. La prima una scelta non interna ad un processo (vincolata innanzitutto alle fasce pre-agricole esterne alla produzione), la seconda gestita all'interno del processo di produzione per  utilizzare al meglio forza lavoro necessario ai processi di razionalizzazione ed è solo all'interno di questo blocco processuale che si sviluppa poi il conflitto tra forza lavoro e capitale, che per quanto divaricante, partecipa  ad un processo politico, economico  ed istituzionale di scala sicuramente molto più ampia di quella fisicamente e geograficamente circoscrivibile al solo Nord e Sud nazionale e le migrazioni transoceaniche sono lì a segnare con la loro carica anche tragica questo passaggio.

Anche la scelta fatta con la Cassa del Mezzogiorno rientra all'interno di questa logica ed alla fine dimostra, anche con i suoi fallimenti,  quanto lo sviluppo non va visto come fenomeno oggettivo, ma una forma ed una condizione relativa e flessibile gestita tra gli interessi del capitale investito e la forza lavoro utilizzata. Lo Stato nazionale è servito a governare questo processo ed ha cercato di contenere i flussi di emigrazione interno ai confini nazionali, evitando tensioni sociali molto più gravi, attraverso un parallelo intervento legato all'infrastrutturazione territoriale (bonifiche urbane e territoriali, risanamenti nel settore dell'agricoltura ecc.) e negli anni cinquanta con il mantenimento delle leggi fasciste contro l'urbanesimo, che impediva a chiunque che venisse dalla campagna, di trasferirsi in un'altra città nel paese, se non avesse certificato di residenza e posto di lavoro nel comune in cui  aveva intenzione di trasferirsi. Tale filtro negli anni '50 fu utilizzato per  governare la qualità e quantità dei salari al Nord, nonché mettere in atto un automatico e sottinteso “respingimento” della forza lavoro che non era capace di resistere in loco, lì dove i processi di produzione assumevano massima espressione e leggittimità territoriale.

Quindi per dirla tutta con questo filtro critico, potremmo attraversare tutto il periodo  che, a partire in particolar modo dalla metà dell'800,      ci può permettere di definire  il ruolo degli stati nazionali nell'ambito dei processi d'internazionalizzazione globali ed all'interno di essi contestualizzare il ruolo affidato ad aree e territori particolari come Napoli ed il sud del mediterraneo.

Da questo punto di vista allora Napoli risulta essere un laboratorio esemplare per quanto riguarda l'applicazione di teorie, piani, culture, politiche, tipiche della prima fase dell'industrializzazione, che va sotto il nome di “fordismo” e tra questi processi ed il mezzogiorno, in cui è molto più evidente l'iniziativa dello Stato Impresa (Italsider, Alfa Romeo a Pomigliano d'Arco ecc.) che permette di gestire la relazione tra sviluppo ed arretratezza, non in termini separati, ma all'interno dello Stato-Impresa che fa i conti con i complessi processi di competizione internazionale. Da qui il ruolo netto, dal punto di vista morfologico  e tipologico, delle aree metropolitane ed urbane del nord (Genova, Torino, Milano, Venezia-Mestre ecc.)  capaci di gestire e governare al meglio il ruolo che gli era stato affidato dal più grande processo di globalizzazione fordista. Quindi pur non entrando in tematiche storiografiche o di carattere tematico molto più circoscritte e descrittive di fenomen più ampi e complessi, ci permettiamo di semplicare la relazione tra Napoli e scenari di globalizzazione, inserendola in questa strutturale relazione fondante, che è appunto quella tra  “sviluppo ed arretratezza”, tra “stato fordista e mezzogiorno” ed è tra questi  termini che si governa l'arrettratezza in funzione di uno  “specifico  sviluppo”  che ha fatto i conti con i maturi processi di globalizzazione. Potrà sembrare una dichiarazione ovvia semplicistica e per certi aspetti banale, ma questa precisazione ci permette di andare un po' oltre il consolidato, ma impotente,  confronto tra nord e sud. La cosa significativa da rilevare non è tanto del perchè lo Stato si fa garante di una nuova politica di sviluppo del sud, ma del perchè il sud inizia a diventare, non solo riserva di forza-lavoro, ma   territorio da    industrializzare e  conseguentemente “occasione” ed “opportunità” su cui  poter “accumulare”. Ne è conferma il salto successivo delle nuove forme di “accumulazione” dal livello nazionale a quello globale a partire dagli anno '80,  con il trasferimento di intere filiere produttive ed organizzative dal territorio locale  a quello globale. Per cui l'illusione che l'inurbamento degenerato del territorio meridionale possa essere sostenuto dalle cattedrali produttive calate dall'alto dallo “Stato Impresa “ e parallelamente da un soggetto storico, ancor più  organizzato come la classe operaia urbanizzata, si è completamente dissolta alle prime strutturali ed epocali fenomeni di trasformazione del territorio post-fordista, con un diffuso lavoro sommerso e lo sviluppo di un moderno sistema  criminale urbano,  di contro lo smantellamento delle politiche statuali o di welfare diffuso, se non attraverso consolidate reti fordiste di gestione clientelare di   finanziamenti elargiti da diverse istituzioni locali, nazionali ed europee.

Infatti ci troviamo poi paradossalmente di fronte al fenomeno in cui la “...camorra  nel mondo postmoderno sembra aver colto appieno l'importanza del locale nell'economia globalizzata e, attraverso una -valorizzazione negativa- del vissuto quotidiano, produce un'interazione tra la scala globale e locale sottolineando, nella dimensione circoscritta, la valenza politica delle sue strategie territoriali e, nelle dimensioni via via più ampie, l'esercizio di un potere globale reale con connotazioni economiche. Si delineano tutte le caratteristiche di un agire postmoderno (da modernità liquida o  ipermodernità) della camorra, cha si muove nell'attuale sistema socio-economico con piena coscienza dell'essenzialità del rapporto locale-globale per il mondo contemporaneo e dell'importanza delle reti, e quindi dell'interazione tra spazi differenziali, nella gestione di una impresa, per quanto criminale...( Luigi Mascellaro su Traffici criminali - Bollati Boringhieri 2009)”  e di contro   al  falimento delle politiche di sviluppo avviate negli ultimi anni, che al di là della loro più o meno intrinseca validità ed efficienza, sono state completamente giocate su un campo completamente spiazzato ed esterno da quello su cui si giocava  realmente la partita della competizione internazionale. Non sono bastate nemmeno le politiche di “facciata” che hanno tentato, consapevolmente o no,  di nascondere l'impotenza culturale e politica con cui si dovevano affrontare temi strutturali e strategici di portata epocale e che rispondono alla domanda del come si esce fuori da un fase fordista e si entra in un'altra in cui il tema dell'arretratezza e dello sviluppo vanno governate su un campo molto più grande che è ormai quello del mondo intero. Napoli ed il mediterraneo rientrano all'interno di questo drammatico scenario economico, politico e culturale,  rimuoverlo ci spinge a parlare d'altro e non si capirebbe in che modo gli interlocutori di questo contributo possano evitarlo, per il semplice fatto che è in gioco la natura stessa dell'essere impresa nei prossimi scenari del dopo crisi a Napoli, come nel sud del mediterraneo e nel mondo intero.

 

 

Massimo Cacciari – Globalizzazione: scontro di civiltà? 
Genova, 6 giugno 2002
da www.leuropachevogliamo.it

                                by Pantarei 

Intervento di Massimo Cacciari

Cerchiamo di ragionare un po’ insieme su questo termine e su come può essere declinato, perché globalizzazione ha un immediato significato di carattere economico, finanziario, tecnico, culturale; e credo che non sia oggi il caso di soffermarsi su questi aspetti: sono certamente gli aspetti decisivi, per certi versi sono le grandi potenze che oggi condizionano, determinano la nostra vita e i nostri destini, ma credo che tutti ormai -davvero tutti, anche certuni che fino a qualche anno fa pensavano che si potesse determinare un ordine mondiale attraverso automatismi di carattere tecnico-economico: ci sono state scuole di pensiero che hanno avanzato questa pretesa- s’interroghino su come accompagnare se non altro i processi economico-finanziari di globalizzazione a un riordino politico, a istituzioni globali; cioè, il problema oggi -credo un po’ per tutti- sia come affrontare la questione delle istituzioni globali, non più semplicemente la globalizzazione come fatto o dato economico-finanziario, ma la questione appunto dell’ordine politico, se, in che misura e come è concepibile un ordine politico. Perché? Ma perché evidentemente gli ordini politici che abbiamo ereditato dal passato sono in crisi, non dico che siano finiti questi ordini, ma sono certamente in crisi. A cosa mi riferisco? A tutta la forma tradizionale di sovranità, alle forme statuali territorialmente determinate di sovranità. Questo è il grande segno della nostra epoca, ben prima anche della caduta del muro, ben prima dell’ ’89-’90, ben prima di anni meravigliosi che hanno determinato visivamente lo sconquasso di un precedente ordine mondiale; è un processo che dura da tempo -sicuramente dalla fine della seconda guerra mondiale- e cioè questa progressiva detronizzazione di quella grande figura barocca che sono gli stati nazionali, così come emergono vittoriosi. Alla fine della crisi cinquecentesca, delle guerre di religione, ecc., con la pace di Westfalia, definitivamente emergono come i grandi soggetti del destino europeo e mondiale gli stati nazionali con la loro volontà di potenza, con la loro mira espansionistica, con le loro prospettive imperialistiche. Il concetto di imperialismo è strettamente connesso a quello di stato nazionale, l’imperialismo non esprime che la tendenza egemonica su territori più vasti da parte di stati nazionali; quindi l’imperialismo appartiene in toto all’epoca dello stato nazionale, ne esprime appunto la tendenza all’espansione territoriale, cioè ad aumentare i territori su cui vige la propria sovranità, ma siamo sempre all’interno di un’idea di sovranità territorialmente determinata.

Ebbene, questa grande figura dello spirito europeo, come si dice e si è ripetuto, che è lo stato moderno nazionale, la sua sovranità politica è in crisi evidente almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e nell’ultimo decennio quando i processi di globalizzazione hanno assunto con la caduta del muro, con la fine dell’ “impero sovietico” un ritmo -direi- addirittura violento; ecco, questa crisi si è manifestata agli occhi di tutti. Tutti oggi parlano appunto di una crisi dello stato nazionale.

Al posto di questa sovranità politica che cosa c’è? Che cosa sta prendendo il posto di questa sovranità politica? Questo è il grande dilemma dell’epoca. Che cosa subentra politicamente allo stato e che cosa subentra culturalmente al “nazionalismo” (il discorso dell’inno, ecc., cui prima si faceva riferimento)? Perché lo stato non era soltanto un ordinamento, un diritto pubblico, esprimeva anche una identità culturale: stati nazionali, lo stato, la macchina, la burocrazia, organizzati in modo centralistico, fonte primaria di diritto, ma accanto a questo e insieme lo stato come nazione. Noi sappiamo bene che la storia non è così, che lo stato nazionale è quasi una contraddizione in termini perché lo stato moderno, nella sua organizzazione centralistica-burocratica, nasce essenzialmente facendo a pezzi le nazioni. Quindi, lo stato nazionale significa storicamente lo stato che sussume in sé il pluriverso delle “nationes”: questo è particolarmente evidente nella storia francese, con la rivoluzione francese, è la fine delle diverse nazioni e la loro sottomissione al grande ordinamento centralistico-burocratico dello stato.

Però poi questo discorso funziona anche culturalmente, cioè lo stato sviluppa al suo interno anche -tragica storia del ‘900- nazionalismi, cioè la sua legittimità non deriva soltanto dal fatto che funziona come macchina centralistica-burocratica, la sua legittimità deriva anche dal fatto che produce forme di nazionalismo.

Ci sono degli autori che hanno riflettuto sulla nostra epoca in modo ampio che hanno detto che in fondo -a ragionare- la ragione fondamentale della sconfitta degli ordinamenti totalitari europei nel corso del ‘900 deriva essenzialmente da questa loro costitutiva debolezza, cioè di essere ancora dei nazionalismi: la loro era ancora una concezione imperialistica radicata allo stato e radicata al nazionalismo alimentato da quello stato. La ragione della sconfitta -ad esempio- del nazismo (una delle ragioni fondamentali) era quella di essere un nazional-socialismo; nella loro impostazione culturale strategica ancora erano radicati in quell’idea di stato nazionale che il progresso tecnico, economico, finanziario era destinato a soppiantare. Ripeto: a mio avviso, la sovranità statale avrà ancora una lunga vita. Che però la sovranità statale non possa più essere letta e interpretata come quella forza, quell’energia in grado di conferire un ordine agli equilibri politici del pianeta, mi pare indubitabile. Cioè, che noi viviamo in un’epoca che non so quanto può durare, ma che si vive in un’epoca che vede la progressiva detronizzazione delle sovranità statuali, mi pare assolutamente indubitabile. E mi sembrerebbe del tutto reazionario ogni atteggiamento che tentasse di -come dire- contenere queste tendenze o di ritardarle semplicemente. Perché? Ma perché tutti i fattori fondamentali della nostra vita , del nostro destino ormai si muovono in un’arena -appunto- globale, metanazionale, metastatuale, per cui non ha neanche più senso parlare di imperialismi oggi nel senso tradizionale del termine, perché -ripeto- gli imperialismi (come quello nazionalsocialista, fascista, ecc., ma anche quello inglese o francese), tutti gli imperialismi classici sono imperialismi che esprimono che cosa?: volontà di potenza statuali. Partono da lì, da quella sovranità territorialmente determinata. Oggi, invece, le vere potenze non sono territorialmente determinabili in alcun modo.

Allora: o noi riteniamo che attraverso il libero gioco di queste potenze metastatuali, metanazionali si giunga a un qualche ordine politico -e sarebbe meraviglioso, perché in filosofia si direbbe: “è il passaggio ad un altro genere”, no? Come fa un altro ordine che è tecnico, economico, finanziario a produrre un genere altro da sé, un ordine politico?- oppure diventiamo dei reazionari e ci aggrappiamo disperatamente alle navicelle dei vecchi stati, come in Europa qualcuno ha intenzione di fare, o peggio ancora a sottosistemi statuali (questa regione, quell’altra regione), a un nazionalismo localistico, oppure ci poniamo la domanda di quali possono essere le istituzioni globali.

Non vedo quale può essere il punto di vista diverso. Oppure ancora, se vogliamo proprio aggiungere un altro scenario, pensiamo di poterci arrangiare con quello che alcuni autori americani chiamano una “transnational governance”, differenziando il termine “governance” dal termine “government”, cioè mentre il “government” è proprio il governo politico, territorialmente determinato, statuale, ecc., la “governance” è una forma di ordine pluralistico, che vede diversi soggetti, non soltanto politici, interagire. E allora questa idea di questa “governance” l’applicano sul piano globale. Cosa significherà in concreto tutto ciò? Allora diciamo: quali sono i poteri che oggi si manifestano? C’è certamente il potere del vecchio stato, che ancora è forte naturalmente, c’è il potere che deriva dagli accordi interstatuali, dai trattati (cioè il vecchio diritto internazionale, si direbbe una volta), poi ci sono nuovi poteri che trascendono appunto questi tradizionali, cioè la disciplina di organismi sopranazionali (ad esempio, l’Unione Europea), poi ci sono le regole che vengono dettate continuamente da autorità sopranazionali autonome (per esempio, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale per il commercio); vedete, ognuna di queste entità ha strutture diverse, viene retta secondo diversi principi, diverse finalità, la sua sovranità ha fonti completamente diverse; aggiungiamo poi appunto tutto il nuovo vero e proprio diritto giurisprudenziale -comprensivo, per esempio, di tutte le decisioni arbitrali- che viene costantemente prodotto, che una volta sarebbe stato catalogato sotto “diritto privato” e che adesso effettivamente svolge funzioni decisive per quanto riguarda tutte le attività della cosiddetta “business community”. Noi siamo in una situazione nella quale sempre più siamo in presenza quasi di due diritti ormai, che funzionano ambedue in qualche modo: un tradizionale diritto pubblico e questo diritto che la “business community” sta producendo per conto suo e in base alla quale regola i suoi rapporti, le sue relazioni, i suoi scambi al proprio interno. Allora, questa visione della “transnational governance” cosa dice? Bene, l’ordine mondiale nasce dalla interazione libera, elastica, elasticissima, dinamica (poi, naturalmente si usano gli aggettivi a seconda di che parte si sta) di questi diversi soggetti, di questi diversi organismi, di queste diverse fonti di diritto, di questi diversi diritti e da questo complesso (parola magica, no, la complessità) nasce, si determina il nuovo ordine mondiale. E’ inutile andare a scervellarci, anzi è un esercizio al limite reazionario quello di andare in cerca di istituzioni politiche-politiche, il mondo si reggerà benissimo attraverso la relazione, la competizione, anche la concorrenza tra questi diversi soggetti.

Questa è una ideologia molto diffusa, che s’accompagna molto bene tra l’altro con una certa ideologia della rete, in cui si esaltano le doti orizzontali della rete: questa ideologia che sta dominando della rete come disposta semplicemente in orizzontale, come negazione di gerarchia politica, come applicazione di una vera democrazia postpolitica tutto sommato. Allora, questi diversi soggetti che prima vi dicevo si sistemano tutti sull’orizzontale formano i nodi di una rete, che governerebbe (nel senso di ordinerebbe di fatto) le nostre relazioni, i nostri scambi, i nostri rapporti. E’ un’ideologia poderosa questa, in cui appunto tutti i nodi della rete tutto sommato valgono in quanto sono nodi della rete, le loro qualità intrinseche vengono messe tra parentesi, ciò che conta è appunto questa relazione che si disporrebbe semplicemente sull’orizzontale negando ogni piramide, ogni gerarchia.

Può essere questa l’idea che noi pratichiamo di una globalizzazione politica? Possiamo accontentarci di questo? Beh, sarebbe facile mostrare come sia in questa ideologia della rete, sia in questa idea di una “transnational governance”, gli elementi ideologici -proprio nel senso classico del termine, proprio di cattiva coscienza- siano evidentissimi. Per quanto riguarda i diversi soggetti di cui prima si parlava (e cioè, ripeto, potenza dei tradizionali stati nazionali, diritto internazionale, nuovi organismi sopranazionali vedi -per esempio- Unione Europea di ordine politico, organismi sopranazionali di ordine “tecnico” e non politico -come Banca mondiale- per quanto influenzati anche dall’azione politica, diritto privato transnazionale che assume sempre più un valore proprio di nuovo diritto pubblico, una sorta di “lex mercatoria” universale che si sta affermando, che si sta producendo, che produce diritto), è facile vedere come siamo lontani da un pluralismo “egualitario”. Nessuno declina così questa visione, tutti affermano che quest’ordine potrebbe funzionare soltanto nella misura in cui al suo centro la sua intelligenza, la sua mente fosse che questo organismo si uniformasse tutto (solo a questa condizione può funzionare se viene tutto fondato) sui valori creati e che continuamente ricrea la “business community”. Questo è assolutamente indubitabile: questo sistema sta in piedi soltanto se il suo funzionamento è uniforme e omogeneo in base ai cosiddetti valori del mercato. Questo non lo dicono né i sinistri né i destri, lo dicono tutti coloro che analizzano in modo disincantato questa situazione, per cui è del tutto apparente -come dire- la pariteticità, l’uguaglianza tra questi diversi soggetti: in realtà questi diversi soggetti sono gerarchizzati non tanto sulla base del fatto che uno è più forte dell’altro, ma sulla base di un unico discorso; cioè questo scenario funziona nella misura in cui tutti i soggetti che vi operano parlano un medesimo linguaggio.

E’ così l’ideologia della rete, ma tutti sappiamo -per esperienza anche personale, no, credo, se facciamo un minimo di politica o anche soltanto stiamo attenti alle cose del mondo- che questa bella ideologia della rete cela un fatto essenziale alla rete stessa e cioè che i nodi della rete -lungi dall’essere come quelli del pescatore- sono nodi che hanno diversi “salienti”, sono nodi diversi, sono nodi qualitativamente diversi, di diversa potenza: lo spazio della globalizzazione non è uno spazio cartesiano, omogeneo, indifferente in cui tutti i punti si equivalgono, non è assolutamente niente di tutto ciò; è uno spazio articolato, qualificato e gerarchizzato al suo interno: sulla base di che cosa? Sulla base essenzialmente di scelte di mercato. Dal punto di vista delle scelte di mercato questo spazio appare indifferente, cioè nel senso che le decisioni d’investimento possono cadere in un punto o nell’altro, ma non indifferentemente, in un punto o nell’altro a seconda appunto della razionalità delle scelte medesime. E infatti chi fa l’amministratore lo sa bene che il suo mestiere ormai è essenzialmente ridotto o esaltato, a seconda dei punti di vista, nel creare le condizioni ottimali d’investimento nella sua area. La grande concorrenza tra i luoghi, le città e le regioni europee e mondiali oggi avviene su questo: creare nella propria città le condizioni migliori affinché i processi finanziari, economici globali atterrino preferibilmente a Genova piuttosto che a Milano. Ma naturalmente nel momento che atterrano questi interessi creano disuguaglianze; la globalizzazione procede per disuguaglianze, è essenziale a questo processo di globalizzazione la produzione di dislivelli perché soltanto questa produzione produce energia, se non c’è il dislivello non si produce energia.

Quindi, l’idea di una rete tutta orizzontale, di uno spazio della rete indifferente e omogeneo è una perfetta ideologia che copre totalmente i processi reali. Noi possiamo anche pensare che questi meccanismi, che questa “transnational governance” possa rispondere alla nostra esigenza di ordine, ma dobbiamo sapere che questo è “questo ordine”, che presuppone queste gerarchie, che l’ordine è un ordine gerarchico ben preciso che per funzionare dev’essere dominato da quel linguaggio, dev’essere uniformato sulla base appunto dei valori sostanzialmente della grande transnazionale “business community” (badate che non dico che è il vecchio capitale, no assolutamente: questa “business community” è formata appunto dal capitalista come dall’amministratore che deve attrarre l’investimento, dall’università, dalla ricerca, dalla tecnica in generale); dev’essere uniformato sulla base di questo linguaggio; e che la forma della sua realizzazione è una forma gerarchica -dunque- dove non è che dislivelli,disuguaglianze, ecc. siano un effetto perverso o patologico, è fisiologia di questo sistema, perché appunto questo sistema funziona nella misura in cui scova costantemente luoghi, zone, aree nelle quali si possano determinare disparità rispetto ad altre.

Perché è su questi dislivelli che si produce l’energia che fa andare avanti l’insieme: e questo è evidentissimo, questi sono fatti, questa è la realtà; ma appunto, perché questa realtà si copre con quell’ideologia? Ci può essere un spiegazione -come dire- che va in cerca di ciò che è nascosto, ma non è tanto questo perché questo sistema che sto descrivendo non dovete intenderlo più in senso personalistico, come si pensava una volta: questa è una macchina, in cui i vari ingranaggi, i vari soggetti che ho indicato sono appunto funzioni, fattori di questa macchina tecnico-politico-economica. Quindi non ci sono cattivi soggetti che elaborano a tavolino ideologie, piani: tutto questo fa parte di un armamentario, di un immaginario politico arcaico ormai, non c’è niente di tutto ciò , c’è questo sistema, c’è questa macchina che funziona così. Ma si potrebbe anche dire che noi siamo costretti a ricorrere a queste forme ideologiche perché non abbiamo alternative. Perché quali sono le alternative a questo sistema-macchina? Quali ordini diversi possiamo sperare rispetto appunto alla globalizzazione? In fondo l’elemento di disincanto di questa visione da cui sono partito è questo: bada che qui -tutto sommato- “government” non ce ne può più essere, ordine politico non puoi più inventartelo (come fai a inventartelo, dove lo trovi, dove lo scovi? Qui ci può essere soltanto un ordine immanente a questo sistema; questo sistema può produrre da sé un ordine se la relazione, la rete tra i suoi diversi soggetti è quanto più dinamica, elastica, aperta possibile.

Quindi si può giungere a queste conclusioni anche per via -come dire- di disincanto, perché qual è l’alternativa? I vecchi stati nazionali? Lo stato mondiale? Qual è l’alternativa? Quando parli di istituzioni globali cosa intendi? Lo stato nazionale oppure la sua estrapolazione utopistica dello stato mondiale? Che cosa vuol dire stato mondiale? Non vuol dire assolutamente niente , è chiaro. Il realismo di questa impostazione consiste nel fatto che assume dati di fatto della realtà (queste fonti di potere, queste potenze, ecc.) e cerca -per usare la solita battuta- di metterle in rete e di dire: soltanto dalla loro relazione, tra questi soggetti esistenti, può esserci un ordine, però dobbiamo sapere che è l’ordine che ho detto, cioè è l’ordine che fisiologicamente progredisce producendo disuguaglianze e dislivelli ed è l’ordine che sta in piedi nella misura in cui tutti noi parliamo prioritariamente il linguaggio dell’interesse tecnico-economico. Quindi: un unico linguaggio e la rete fatta di disuguaglianze, di nodi “salienti” e non di indifferenti mezzi che tengono insieme la rete stessa.

Questa è la questione, questa è la drammatica domanda di fronte alla quale siamo, se dobbiamo appunto ragionare realisticamente. Abbiamo una prospettiva reazionaria: e diamola che non ci interessa, facciamo finta che non ci interessi, facciamo finta perché poi ci interesserà e come, attenzione, perché lo stato nazionale in che misura ci interessa e ci continua a interessare e le ultime elezioni europee dovrebbero avercelo detto a chiare lettere? Ci continua a interessare perché non siamo riusciti ancora a inventare nessun altro strumento in grado di garantirci una difesa di interessi sociali. Com’è pensabile nello scenario globale che ho appena tracciato un “welfare”? Quindi, attenzione che la reazione verso lo stato nazionale può avere una faccia proprio regressiva (alla Haider), ma può avere una faccia “socialdemocratica”, perché se il mio interesse è quello di difendere determinati diritti, un determinato livello di “welfare”, come posso realisticamente pensare di difenderlo a livello di quella “transnational governance”? Diamo per scontato che noi ragioniamo su un’ottica globale, che quindi la difesa della sovranità indiscussa del vecchio stato è -se non un vuoto a perdere- qualcosa che non può rispondere alla nostra domanda. Allora: oltre cosa c’è? Lo stato mondiale? Cattiva utopia perché non fa altro che estrapolare su scala mondiale quello che è lo stato nazionale, ma al di là di ogni difficoltà di ordine tecnico-istituzionale è appunto l’eterna, pessima utopia; cattiva anche perché illogica perché appunto estrapola la figura dello stato oggi in crisi su scala nazionale a livello globale ed è un’impresa assolutamente impossibile: mi auguro che lo riconoscano anche in Europa perché altrettanto assurda sarebbe l’idea di una Unione Europea costruita come un macrostato.

Quindi, anche questo scenario sembra precluso. Realismo della “transnational governance” che è quello che si sta facendo, senza che nessuno lo dichiari, lo dica se non in termini ideologici, ma si sta facendo questo. Andare per questa strada -dobbiamo saperlo- significa non poter in alcun modo porre in modo serio e sensato il problema di un superamento di quelle che in termini -se volete- morali, ecc. si chiamano ingiustizie, di quelle che in termini economici si chiamano squilibri differenziali, quello che volete; cioè, comunque in quell’ottica non vi è alcuna logica che ci possa permettere di affrontare i problemi di squilibrio, i problemi di rapporti di relazione tra aree del mondo, tra civiltà.

Questo discorso è perfettamente neutrale e agnostico su queste questioni; il massimo che in questo discorso ti può essere detto è che se tu lasci libero gioco alle forze di mercato e agli interessi della “business community”, non le impedisci in nessun modo, metti a loro disposizione tutta l’amministrazione burocratico-politica degli stati e degli organismi transnazionale, ecc., la torta crescerà: noi dobbiamo avere questa fede che la torta crescerà e che -crescendo la torta (fede al quadrato!)- ce ne sarà di più per tutti. No, non sto scherzando, è esattamente così: in realtà, questa prospettiva -il cui realismo e la cui dose di disincanto ho appena sottolineato (perché appunto che cosa gli oppone, vedremo)- è del tutto agnostica su queste questioni di valore. Cioè, per questa prospettiva le questioni di valore: ma che senso ha l’espansione, ad esempio; ma ha un senso che l’unico valore del mondo occidentale -dove mondo occidentale ormai non ha più alcuna configurazione geografica, ovviamente: una volta, un secolo e mezzo fa, due secoli fa aveva una configurazione geografica, tra l’altro se lo sono inventato gli Stati Uniti -sapete- ancora la dottrina Monroe: noi siamo l’occidente e l’Europa dove continuano a massacrarsi e a fare le guerre separata da noi e correva lungo l’Atlantico la linea che separava per gli americani l’occidente che erano loro da noi che eravamo il loro oriente (1820-1830), poi dopo la seconda guerra mondiale in particolare il concetto di occidente si è andato via via allargando e adesso non ha più nessuna determinazione geografica. Questo occidente che noi siamo, questo occidente non geografico, questo occidente virtuale come si rapporta alle altre aree, alle altre grandi zone, grandi spazi del pianeta che non sono occidente in base al discorso che abbiamo appena fatto? Si può rapportare soltanto così: non dobbiamo avere a disposizione, aperto (porta aperta) l’intero pianeta perché il nostro valore è l’espansione; dopodiché (abbi fede!) attraverso l’espansione e l’aumento della ricchezza prodotta, del prodotto interno lordo, su scala mondiale si potrà affrontare il discorso che una volta si sarebbe detto distributivo: ora sappiamo benissimo (e lo hanno ammesso ormai tutti) che non vi è alcuna logica ridistribuiva all’interno di questo discorso. Quindi, anche ammettendo che il fine sia quello ridistribuivo, al fine dovremmo arrivare con una decisione tout court politica, perché nella logica neoliberista non vi è alcun paradigma, alcuna equazioncina che affronti il problema ridistribuivo a differenza che nella teoria keynesiana: lì era implicito un meccanismo ridistribuivo, qui è un valore extraeconomico, extrasistema, un valore che non viene negato, ma non è in alcun modo immanente al sistema medesimo. Questo dev’esser chiaro, questa è una differenza radicale rispetto allo schema prima keynesiano roosveltiano, poi socialdemocratico che è durato fino agli anni ’70 in Europa: è una rivoluzione. Bisogna stare attenti: non è che neghino i problemi ridistributivi, i problemi degli squilibri, ecc., ma li pongono come un problema di fine e di valore concretamente ponibile soltanto allorché il sistema che ho indicato funzioni a regime e sia perfettamente libero. Per essere perfettamente libero dev’essere libero di espandersi. Questa espansione sine fine è davvero implicita in questo modello e da quel dì! E’ il discorso della porta aperta, cioè dei liberi spazi: lo spazio dev’essere libero all’espansione, le porte devono essere tutte aperte e chi chiude la porta o chiude gli spazi va colpito. E dopo, una volta che lo spazio sia omogeneo a questo interesse, a questa prospettiva, una volta che l’espansione sia davvero un’espansione che non incontra nessun tipo di ostacolo, a quel punto si porrà forse un problema di riequilibrio e di ridistribuzione. Però qui vedete la paradossalità, la contraddittorietà del discorso, perché a questo punto noi risiamo su ua questione politica, perché il meccanismo che abbiamo seguito finora apparentemente neutrale avalutativo tecnico-economico segue fino al punto in cui ci ponga (o si voglia porre) il problema di uguaglianza, di ridistribuzione, di superamento degli squilibri. A quel punto il problema ridiventa tutto politico perché non c’è nulla all’interno del modello precedente che lo possa impostare.

Noi siamo di fronte a queste questioni, noi il toro dobbiamo prenderlo per le corna, perché è una cosa grossa, non possiamo aggirarlo, noi siamo in presenza di questo formidabile paradigma. Non è il pensiero unico? Non sarà il pensiero unico, sarà il pensiero terzo, quarto, non m’interessa. E’ il paradigma vincente e dominante, presenta tutte queste contraddizioni, però io sto facendo una sorta di critica dell’ideologia, ma come tradurla in politica? Quale alternativa politica possiamo proporre? Che sia un’alternativa politica a questa altezza, che non sia regressiva, reazionaria, che non si abbarbichi alle vecchie sovranità statuali, che non sia pura ideologia, puro fumo, lo stato mondiale. Come faccio a contraddire in modo positivo, progressivo questo paradigma? Questo è il punto -vedete- su cui davvero, a mio avviso, la sinistra, il centrosinistra su scale internazionale hanno segnato il passo. Queste son le vere, grandi questioni e non le beghe fra partitini, tra leaderini: è qui che la sinistra dopo il cinquantennio socialdemocratico segna il passo. E’ qui: su queste grandi questioni segna il passo! E cioè su come non contraddire la globalizzazione, non essere “no global” appunto, ma come essere “new global”, quali possono essere le istituzioni globali che possano dall’interno di questi processi difendere spazi democratici, affrontare concretamente i problemi della disuguaglianza tra paesi, tra aree del pianeta e all’interno dei diversi paesi metropolitani, perché come tutti sappiamo ormai le disuguagliante crescono all’interno delle stesse metropoli, non soltanto tra metropoli e paesi del terzo mondo. Sono dati impressionanti, ad esempio, quelli sulla distribuzione dei redditi negli ultimi 20-25 anni negli Stati Uniti: i più ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, cioè le differenziazioni. Ripeto: le differenziazioni e le disuguaglianze sono fisiologiche in questo modello.

Come affrontare queste questioni in modo non regressivo? Allora certamente noi possiamo a questo punto -ma vorrei adesso farla un po’ breve- analizzare i singoli punti e cioè vedere come è concepibile un rafforzamento di alcuni poteri transnazionali, il discorso eterno sulle Nazioni Unite, come riformare organismi cosiddetti tecnici transnazionali come la Banca mondiale; però io ritengo che ci sia un discorso culturale chiave che in qualche modo li abbraccia tutti.

Il nostro pianeta, i suoi diversi sistemi economici, ma non solo, soprattutto le sue diverse culture, le sue diverse memorie, forse ancora i suoi diversi destini li uniforma tutti all’interno di quel meccanismo che ho prima descritto; questa idea di globalizzazione è la nostra? Perché se è la nostra, allora possiamo perseguirla come prima dicevo, possiamo perseguirla anche affidando ad una superpotenza l’impero.

Quindi, a quella domanda potremmo rispondere: sì, per il momento “transnational governance”, ma poi -se è vero il discorso che tu fai: un discorso unico, gerarchie- una “transnational governance” garantita dall’impero, un impero che non è più appunto l’impero che domina territorialmente, non è l’impero francese che va lì con la Legione Straniera e occupa l’Algeria, non c’è più assolutamente bisogno di questo, perché una volta che in tutto il mondo il linguaggio uniformato, gli interessi dominanti sono i medesimi, non c’è bisogno di Legione Straniera, non c’è bisogno di fare la guerra in Vietnam, non c’è bisogno del vecchio imperialismo. C’è bisogno di una polizia internazionale, garantita da una superpotenza che abbia effettivamente la potenza di intervenire dovunque qualcuno fa il superbo (Virgilio: “debellare superbos”): non sono le guerre che stiamo facendo? “Parcere subiectis et debellare superbos”. Superbi chi sono? I superbi sono quelli che dicono: beh, a me Roma non piace tanto; come gli ebrei, vai lì, li disfi e hai debellato i superbi, cioè quelli che credono di essere forti come te: quelli sono i superbi. E questa potrebbe essere una prospettiva, che combina “transnational governance” e impero.

Secondo me -e l’ho scritto, ma qui il discorso diventerebbe più lungo- non c’entra nulla con altre grandi idee imperiali (per esempio, l’impero di Roma, ecc.), però è un impero: un impero -come dire- derubricato molto sul suo versante di “peace keeping”, come si dice, no, di pura custodia e difesa della pace data, non che costruisce pace, non che federa in sé, aggrega in sé, però sempre impero.

Oppure noi riteniamo che questa prospettiva sia sciagurata? Perché diciamocelo, sono scelte, sono aut-aut, siamo di fronte a delle grandi decisioni storiche. Riteniamo che la legge di questo mondo, di noi, di queste creature che siamo , sia una legge di pluralità, o no? O che sarebbe bene che fossimo tutti ridotti ad uno? Crediamo che sia una legge di pluralità, crediamo che la diversità culturale sia qualcosa che ci riguarda o crediamo soltanto che sia un’anticaglia, una roba da museo? Non è la disuguaglianza, è la differenza che è un’altra cosa. Se si trattasse soltanto di disuguaglianza potremmo anche credere in quella religione che ci dice di aver fede che attraverso l’espansione si risolvono anche problemi di valore e di giustizia: è una fede e io devo crederci; perché nei fatti non vedo nulla di tutto ciò, ma posso crederci. E’ una religione e ognuno ha le religioni che preferisce. Ma non è questa la questione: il problema è quello della differenza culturale nel senso più ampio del termine: riteniamo che sia un ornamento o riteniamo che sia qualcosa che riguarda la nostra (di ognuno di noi) essenza? Riteniamo, allora, che questa prospettiva di una forma transnazionale di governo di sistema più Impero-Polizia (con la P maiuscola, per carità) sia una prospettiva che contraddice questa nostra istanza di differenza e di pluralità? E allora abbiamo il problema di dire come reagiamo alla prospettiva chiamiamola imperiale in modo adeguato, cioè in modo non reazionario.

E qui il discorso davvero diventa centrale per l’Europa: io sono convinto che l’Europa qui ritrova la sua missione; e cioè nel dichiarare che la globalizzazione -badate- la globalizzazione per noi europei è una globalizzazione che non si può attuare attraverso un ordinamento semplicemente tecnico-economico derubricando tutte le forme di relazione sociale a scambio e non si può attuare attraverso un impero mondiale di qualunque tipo esso sia; che la globalizzazione per noi dev’essere una globalizzazione che avviene in modo plurale, policentrico, che viene condotta da grandi spazi e aree di questo pianeta, storicamente concrete, dotate di senso: queste grandi aree al loro interno si organizzeranno su base autonoma e il diritto internazionale nuovo sarà il diritto che nasce dagli accordi non più tra vecchi stati ma tra questi nuovi -chiamiamoli pure- imperi. Non l’impero, ma gli imperi, come organizzazioni sovrastatali, sovranazionali, ma che rappresentano grandi spazi culturalmente concreti, dotati di significato, il cui unico linguaggio non può essere soltanto quello della espansione e tanto meno possono essere questi grandi spazi destinati soltanto ad aprirsi fino a scomparire nell’indifferenziato dell’espansione medesima.

Non è questo che deve fare l’Europa? Perché abbiamo costituito l’Unione Europea? Ci sono motivi economici, ecc., ma perché abbiamo costituito l’Unione Europea? Che cosa ci ha parlato quando abbiamo costituito l’Unione Europea? La consapevolezza che i diversi stati dopo la seconda guerra mondiale non erano entità (i vecchi stati, i vecchi nazionalismi) in grado di competere né economicamente né politicamente sulla scena mondiale; e che dovevamo costituire un grande spazio. Ma questo non è un esempio mondiale? Quando abbiamo fatto questo noi europei, potevamo pensarlo, possiamo pensarlo soltanto in chiave eurocentrica, non è implicitamente una proposta di come pensare la globalizzazione? La nostra identità europea, a sua volta polimorfa e se volete anche un po’ perversa-polimorfa, ma insomma plurale al suo interno ma sulla base di un’unità concreta, perché tutto si potrà dire dell’Europa fuorché che le nostre continue guerre civili abbiano cancellato alcuni tratti culturali che determinano una profonda identità. Ma lo stesso si potrebbe dire per l’Islam: si sono massacrati al loro interno esattamente come gli europei in tutta la loro storia, hanno continuato a farsi la guerra, ma forse non hanno un’identità? Non sono qualcosa di concreto e determinato? In termini, ripeto, nemmeno lì da riduzione ad uno, ma in termini storici, in tutta la complessità storica. Non è possibile concepire la globalizzazione secondo queste polarità? E’ concepibile un globo senza polarità? L’avete mai visto un globo senza polarità? E’ l’ideologia dell’orizzontale, dell’indifferenziato orizzontale in uno spazio tutto disteso.

Allora: questa è la necessità dell’Europa, perché ritengo che oggi soltanto l’Europa abbia la forza e l’autorevolezza per proporre questo schema di globalizzazione, quest’idea di globalizzazione. Perché? Ma per una ragione semplicissima: mentre altri spazi sono spazi incertissimi nella loro collocazione (immaginatevi la Cina) oppure oggi come oggi assolutamente apparentemente competitivi, anzi polemici nei confronti dell’unica superpotenza rimasta (ed è l’unica che potrebbe avere davvero ambizioni imperiali, nel senso non imperialistico, che ho appena detto), l’Europa è alleata di questa superpotenza, l’Europa è l’unica che può spiegare, che può cercare di illustrare agli Stati Uniti la bontà, la validità di questa prospettiva della globalizzazione, per cui appunto le istituzioni globali non sono le istituzioni globali planetarie, ma sono quelle che nasceranno dal concerto, dalla federazione -mi auguro- tra queste grandi aree, che non sono i vecchi stati che non possono più contare, né rispetto alla globalizzazione tecnico-economica né rispetto alla superpotenza americana.

Se noi costruiamo l’unione politica europea in questo spirito allora l’unione politica europea diventa una grande proposta planetaria, allora ne comprendiamo tutto il valore potenziale: e solo l’Europa può svolgere questa missione, perché l’Europa ha questo organico e indissolubile (dopo due guerre mondiali in cui gli Stati Uniti ci hanno salvato) collegamento con gli Stati Uniti. E quindi può essere l’Europa il vero “socius”, il vero alleato, colui cioè che ti spiega, ti fa vedere dove puoi non farcela, dove puoi non capire, quello che ti aiuta effettivamente, non quello che ti applaude e ti segue; che quello non è un alleato, quello è qualcosa di superfluo, di inutile.

Io vedo seguendo un po’ la letteratura anche scientifica americana sulla globalizzazione in quest’ultimo periodo che da parte americana molte delle più accreditate riviste seguono le vicende europee sempre più con questo spirito; ci sono certamente quelli negli Stati Uniti (Kissinger, ecc.) che combattono la prospettiva dell’unione politica europea perché l’hanno capita esattamente come potenzialmente in questa chiave molto meglio di qualche europeo e combattono questa prospettiva , ma ci sono molti altri negli Stati Uniti che invece l’appoggiano perché temono che gli Stati Uniti -unica superpotenza, unica in grado di gestire una logica imperiale- in questa logica nel mondo contemporaneo si trovino nella impossibilità di reggere alla lunga senza sconquassi interni devastanti una politica semplicemente di “peace keeping” nel senso di “difendiamo la pace dell’occidente assediato dal nemico”, perché questo nemico non è più Hitler, non è più Stalin, non è più lo stato: come l’impero e la globalizzazione oggi non sono retti da qualche piano del capitale, da qualche signore Spectre, ma solo da quel sistema complesso e impersonale che prima dicevo, così il nemico di questo sistema è qualcosa di globalizzato e impersonale.

Allora una logica di “peace keeping” oggi non è una logica che difende questa pace, la pace di questo occidente contro stati nemici (l’Unione Sovietica), ma la difende contro chi? E fino a quando? A un certo momento Hitler, la Germania firmano una resa. A un certo momento sembrava comicamente che con Bin Laden pensassero qualcosa del genere: vado nel bunker nell’Afghanistan, come sono andato nel Bunker di Berlino, prendo Bin Laden e lì finisce la guerra perché c’è la pace, ci sono i generali che vanno nella tenda e firmano la pace, ma la guerra attuale non ha nulla a che fare ormai con questa idea arcaica di guerra: non ci saranno più queste guerre; nessuno può dichiarare guerra all’occidente, ma l’occidente si può fare una guerra permanente, infinita, interminabile. E allora i più seri analisti americani temono questo e vedono questa prospettiva della globalizzazione articolata per grandi spazi storicamente concreti come l’unica in grado di sconfiggere questa tragica prospettiva e vedono l’Europa come l’unica “potenza” in grado di spiegare all'”establishment” americano questa logica diplomatica-politica internazionale. Questa, secondo me, è la missione europea.

Finisco. Perché l’Europa possa svolgere questa missione cosa ci vuole? Che la capisca, che la faccia sua, perché non puoi fare ciò che non pensi. Per realizzarla, poi, che cosa concretamente ci vuole? Per realizzarla, secondo me, e qui è la grande questione che è stata sollevata in quest’ultimo periodo, ci occorre la Russia. Perché ci occorre la Russia? Per una ragione semplicissima: ci occorre il Mediterraneo (vecchio discorso a me molto caro); è chiaro che un’Europa senza Mediterraneo non sarebbe tale; ci occorre l’asse franco-carolingio mitteleuropeo; ma senza la Russia -soprattutto dopo l’11 settembre- che cosa avverrebbe? Uno squilibrio inevitabile dell’Europa nel suo polo atlantico, per forza. Dopo l’11 settembre in particolare, anche prima, ma dopo l’11 settembre è evidente. Vedete, l’Inghilterra, quel grande paese, ha legami che saranno sempre prioritari rispetto a qualsiasi scelta europea con la grande isola atlantica, per forza: sangue non è acqua, la storia non è una roba, la storia -si diceva prima- la puoi ignorare, ma non per questo non c’è. Che ci sia Blair, che ci sia la Tatcher, che ci sia Massimo Cacciari, che ci sia chi volete a guidare l’Inghilterra, l’Inghilterra sceglierà sempre se deve scegliere per la costa atlantica, sempre. E l’Inghilterra sarà sempre fondamentale per il concerto europeo perché è la potenza che ti garantisce nel modo più stabile, nel modo più credibile l’alleanza atlantica, senza di cui non puoi pensare all’Europa. Ma se c’è solo l’Inghilterra -soprattutto dopo l’11 settembre- l’Europa sarà tutta squilibrata così. E per quanti sforzi facciano i franco-carolingi non riusciranno mai a bilanciare la bilancia soltanto stando al centro. Ecco la Russia: e Putin questo l’aveva capito perché dopo la sua investitura aveva cominciato una politica di questo genere di avvicinamento all’Europa, che non è stata presa per tempo dall’Europa, per cui anche Putin ha già finito per entrare in un’alleanza militare prima che in un’alleanza politica, cosa che non si era mai vista sulla faccia della terra. Quando mai si è mai vista un’alleanza militare nascere prima dell’alleanza politica? Con l’Europa dell’Est abbiamo combinato questo miracolo: perché? Per la pochezza europea, perché l’Europa non ha ancora compreso questa missione. Ma se l’Europa comprende questa missione e si articola un discorso per cui l’Europa è una potenza equilibrata tra asse centrale, paesi latini mediterranei rivolti appunto a questo essenziale dialogo con l’altra grande zona, l’Islam. Est e costa atlantica: l’Europa? L’unione politica diventa il modello di una potenza politica non necessariamente militare, ma di una potenza politica straordinaria con un’autorevolezza politica straordinaria, con la Russia, per impostare un discorso di globalizzazione che sia politico-istituzionale e che non sia semplicemente tecnico-economico.

Ecco, questo è il quadro -come vedete- tutto storico-politico con cui ho cercato qui di affrontare questo tema perché questo quadro mi sembra pregiudiziale rispetto ad ogni scelta di dettaglio sulla riforma di questa o di quella istituzione, di questa o quella parte degli organismi politici transnazionali con cui oggi operiamo.

Si sono succeduti interventi di rilievo che hanno alimentato la riflessione dei numerosi partecipanti.

Conclusioni di Massimo Cacciari

 Sulla prima questione, la prima domanda che mi era stata rivolta: sì, spiego ulteriormente quello che dicevo, cioè la straordinaria debolezza di organismi sovranazionali che possano anche tendenzialmente entrare in contraddizione col linguaggio comune, con l’interesse dominante che ha assunto il processo di globalizzazione. Noi sappiamo (tra l’altro, ormai c’è un’infinita letteratura a proposito) come la cosiddetta “new economy” per motivi che qui sarebbe lungo anche spiegare e che gli economisti qui presenti o gli operatori sanno benissimo, che proprio la “new economy”, che si era presentata come l’ideologia dell’estremo liberismo, in realtà sviluppi al suo interno formidabili tendenze oligopolistico-monopolistiche: se noi facciamo tutta la storia del signor Gates di Microsoft è una storia emblematica; perché questo? Ma proprio perché la “net economy” ha un enorme potenziale “anarchico” (e così nasce all’inizio: tutte le grandi invenzioni da cui nasce la “net economy” sono invenzioni di individui proprio, che si trovano tra di loro, che combinano tra di loro; è una storia affascinantissima e stupenda di giovani), proprio perché è costantemente in pericolo di essere travolta da una comunità di persone per cui l’essere informato, il comunicare trascende ogni logica di “copyright”, di diritto, di proprietà (perché questo è qualcosa di immanente nella rete), proprio per questo il produttore si sta sempre più difendendo e trincerando, moltiplicando le tendenze oligopolistiche: negli Stati Uniti questa grande contraddizione è esplosa con i famosi processi a Bill Gates, ecc.

E qui mancano le autorità, perché proprio la “new economy” è trascinata verso tendenze oligopolistico-monopolistiche; quindi, anche negli Stati Uniti con sempre maggiore difficoltà opererà l’anti-trust.

La seconda questione, quella sollevata da Monteverde: certo, sono perfettamente d’accordo; se l’Europa non sbaracca tutti i suoi apparati centralistici-burocratici e cessa di presentarsi ai suoi elettori come un macrostato, non potrà mai svolgere il ruolo politico di cui ho parlato, cioè soltanto un’Europa che esalta la concertazione federalistica al suo interno, soltanto un’Europa delle città, delle regioni, degli accordi transnazionali autonomi tra regioni e città, soltanto un’Europa “multiversa” e col minimo possibile di apparato burocratico-centralistico può sognarsi di svolgere quella funzione politica internazionale: quindi, è evidente che oggi l’Europa è da un lato macrostato e dall’altro è ancora retta sulla base della centralità dei vecchi stati.

La centralità dei vecchi stati ha dei fieri nemici (Prodi): c’è una leadership poliica europea che ormai ha capito che la centralità dei vecchi stati è un avversario da battere; le leadership europee che hanno compreso anche il passo successivo, cioè il pericolo dell’elefantiasi burocratico-centralistica degli apparati tecnici europei, sono già meno, meno ancora quelli che hanno in mente chiaramente un disegno di Europa bilanciata tra polo atlantico e Russia. Il che non vuol dire -ripeto- un’Europa antiamericana o anche semplicemente “a-americana”, vuol dire un’Europa che fa davvero l’alleato agli Stati Uniti, perché propone a questo alleato un modello di globalizzazione concertata, pluralista, cioè l’unica che forse ci può evitare una guerra infinita al terrorismo.

Sui diritti io ho un’idea ben precisa: si potrà parlare sensatamente di tutela dei diritti (dei diritti dell’uomo, dei diritti fondamentali, ecc.) solo quando esisterà una giurisdizione internazionale capace davvero di imporsi sulle giurisdizioni nazionali; e questa giurisdizione internazionale – secondo me- può nascere soltanto dal discorso che ho fatto: non potrà essere la giurisdizione dello stato mondiale, non potrà essere la giurisdizione dell’impero. Se questi diritti fondamentali non s’incardinano in un diritto positivo saranno se non proprio grida manzoniane, indicheranno dei fini su cui le giurisdizioni positive possono più o meno riconoscersi: ed è quello che sta avvenendo.

Nei fatti, poi, noi stiamo assistendo al più incredibile, clamoroso uso dei diritti fondamentali, dei diritti dell’uomo, al fine di un processo -mi esprimo nel modo più neutrale possibile- di quella strategia di “peace keeping”, che è essenzialmente, fondamentalmente la garanzia della nostra pace e del nostro benessere: perché questo è, nella sostanza, no? Contro coloro che minacciano questa pace e questo benessere.

Ciò avverrà, quindi, soltanto quando i diritti saranno incardinati in un diritto positivo, espressione poi anche di un’autorità che è in grado di sancirli, tanto che tutti saranno uguali di fronte a questa legge, non quello che appunto è più uguale all’altro: questo è fondamentale. Altrimenti diventano un’ideologia, diventano la copertura di interventi militari, di guerra e di quello che volete, embarghi, ecc. rivolti al mantenimento della nostra pace: non, quindi, “peace building”, ma “peace keeping”.

La questione della cittadinanza. “Cittadini del mondo”: ma questo -secondo me- è un cosmopolitismo illuministico-massonico che a me proprio non piace; e mi pare che si accompagni perfettamente a quest’altra ideologia, che poi alla fine sfoci in una logica imperiale del tipo che ho detto. No: io ritengo che la prospettiva interessante nei grandi spazi che dicevo, è una prospettiva di doppia cittadinanza: io sono cittadino di questo spazio, di questa città e -attraverso questa mia cittadinanza, sulla base di questa mia cittadinanza- sono cittadino dell’Unione , cui il mio paese, la mia città, la mia regione appartiene. Questa sarà una grande questione che si vedrà come si affronta e si risolve a livello europeo, questa della doppia cittadinanza, perché, appunto, senza questa doppia cittadinanza cosa avviene? Noi continuiamo a essere cittadini solo italiani e che cosa in Europa? Ci dovrà una doppia cittadinanza assolutamente sancita nella Costituzione Europea che si cerca di elaborare. Altrimenti, a differenza di tutte le altre situazioni federali, il cittadino del Texas obbedisce anche all’autorità federale, c’ha un rapporto diretto con l’autorità federale, il cittadino europeo (il cittadino italiano, svedese, francese) non ha un rapporto diretto con l’autorità comunitaria, ce l’ha mediato, è tutto mediato: e questa è una contraddizione che dovrà essere affrontata, presa per le corna, risolta; non è possibile continuare così. E come? Diventando cittadini europei e basta? Mi pare una prospettiva difficile, appunto, questa, una cattiva riduzione ad uno. Con una logica di doppia cittadinanza, per cui io sono nello stesso tempo cittadino italiano e cittadino europeo e ho una doppia cittadinanza e quindi un doppio legame: uno con lo stato nazionale, con le autorità nazionali, e l’altro con le autorità europee, ma entrambi diretti, non uno sottodeterminato rispetto all’altro. Se invece si risolve la questione mantenendo lo status quo, finirà che l’Europa appare -appunto- un qualcosa che semplicemente ci opprime, un’altra capitale e basta, se saremo soltanto cittadini italiani. Se diventassimo soltanto cittadini europei, chiarissimamente moltiplicheremmo le spinte nazionalistiche. Bisogna trovare questo equilibrio che non è una terza via, non è una via di mezzo, ma è un modello diverso, è un modello di una doppia cittadinanza. Non so come verrà portata avanti la questione ora che stano discutendo della costituzione.

L’altra questione, quella che coinvolge tutta la dimensione religiosa: sì, l’Islam è una religione universalistica, certo; ma lo è anche l’ebraismo, lo è anche il cristianesimo: tutti i grandi monoteismi mediterranei hanno questa intenzione universalistica, a differenza di altre grandi tradizioni culturali e religiose; forse solo il buddismo ha in parte in oriente una prospettiva che potremmo dire missionario-universalistica, anche se quasi mai indirizzata al di là del mondo delle tradizioni asiatiche. Però questo universalismo è molto variegato al suo interno; io dico sempre: che cosa vuol dire l’universalismo dell’Islam? L’Islam, ma cos’è l’Islam? Sarebbe come dire, appunto, l’Europa: l’Europa sono tutte quelle cose che abbiamo qui visto, che vanno certo federate, ma vanno federate riconoscendo quella loro distinzione, se no non si può neanche parlare di “foedus” in termini propri; il “foedus” avviene tra entità distinte, che mantengono la loro distinzione, mica si confondono. E l’Europa è ricca di queste diverse voci: il cristianesimo che cos’è? Dire Islam è come dire cristianesimo: certo, ci sono dei libri, c’è una tradizione, c’è una “sharia” -diciamo- anche per il cristianesimo, in qualche modo se non come nell’Islam, ma poi ci sono le diverse confessioni, le diverse culture, le diverse interpretazioni anche nell’Islam: sapete quante interpretazioni ci sono del “cammino fondamentale” (“sharia”, questo vuol dire)? Ci sono state anche delle interpretazioni moderniste della “sharia” e sono state tentate: perché qui sarebbe tutta da scrivere la storia, è stata scritta, per carità, non è stata tanto discussa e presentata al pubblico. All’inizio del secolo vi erano fortissime tendenze democratiche, all’interno del mondo islamico, della cultura islamica, che cercavano di interpretare la loro tradizione, la legge, la tradizione alla luce di certe acquisizioni della cultura moderna europea, per esempio alla luce dell’idea di democrazia e dicevano: non è affatto vero che l’idea di democrazia sia incompatibile con la legge e la tradizione; e cercavano di dimostrarlo e lo discutevano.

Sapete chi ha massacrato nell’Islam queste tendenze democratiche e progressiste, per usare la nostra terminologia? Ma siamo stati noi! Sono stati gli occidentali. Perché? Ma è semplice: perché queste persone che cercavano di modernizzare l’Islam, sempre per usare così a cento lire al chilo le espressioni, erano di sinistra nel 99% dei casi, erano persone che avevano studiato a Parigi, erano persone che avevano avuto frequentazioni pericolose negli ambienti socialisti, comunisti, ecc. e nell’ambito della guerra fredda si preferiva chi? Ma si preferivano i dittatori, ma si preferiva lo Scià, si preferivano tutti fuorché loro: loro erano gli ultimi della terra ad avere libero accesso ai salotti buoni. E questa storia si è ripetuta ininterrottamente: dalla guerra in Afghanistan, dopo; sapete che i bracci destri di Bin Laden erano a ricevimenti, a conversazioni e a colloqui con Kissinger e company qualche mese prima delle “due torri”? Esattamente le persone che dopo le “due torri” sono state fotografate come pericolosi estremisti su tutti i giornali del mondo e americani erano a cena e a colloquio con Kissinger e la “business community” americana pochi giorni prima delle “due torri”: Perché? Ma perché erano anticomunisti. Io non sto a fare complotti, non sto a fare dietrologie, non mi interessa niente, sto spiegando la logica: erano gli anticomunisti. E tutta la politica estera americana e occidentale fino all’altro giorno è stata improntata secondo questo schema: c’è un unico nemico assoluto, con cui poi si tratta, come sempre avviene con i nemici, con cui poi si fanno le trattative, gli stati, eh: se non gli bombardavano Pearl Harbour e se non invadevano la Russia, probabilmente avrebbero trattato poi con Hitler, perché gli stati trattano con i sindacati, trattano anche col demonio, perché la guerra tutti la fanno come ultima ratio della politica.

Quindi, nella strategia americana c’era quel nemico, quello stato con cui si trattava da tutte le parti perché non si voleva fare la guerra, ci sarebbe mancato altro! Cioè, non ci sono i dottori Stranamore, da nessuna parte per nostra fortuna, perché quando uno arriva ad essere Presidente degli Stati Uniti o Presidente dell’Unione Sovietica, in qualche modo un certo cursus honorum l’ha fatto: e se non è lui, intorno a lui c’è chi ragiona; quindi non è questo, ma l’obiettivo era quello. E tutto ciò che indeboliva il nemico era alleato: l’Islam, i fondamentalisti, i ceceni, Bin Laden, i colonnelli greci, tutto! Le grandi potenze hanno politiche che non possono andare alla moda, che seguono strategie di lungo periodo. La politica americana aveva come obiettivo: vincere la terza guerra mondiale!

Non sto facendo assolutamente una critica, sto dicendo le cose in modo neutro e disincantato. La politica americana era retta da questa tendenza di fondo che travalicava necessariamente governi, ecc.: vincere la terza guerra mondiale, che comincia il giorno dopo che finisce la seconda, con la bomba di Hiroscima. Sono passati cinquant’anni e gli Stati Uniti vincono la terza guerra mondiale, che non come morti -almeno dell’uomo bianco- ma come mezzi impiegati è assolutamente paragonabile alle altre. I mezzi impiegati per giungere alla vittoria, mezzi straordinari! Basta, questo è il discorso.

Quindi, chiusa la parentesi, perché l’Europa di nuovo nei confronti dell’Islam non riprende -invece- quest’ispirazione del tutto interrotta per le ragioni storiche che ho detto? E non cominciamo a rafforzare, a dialogare, a interloquire, a far emergere, all’interno della leadership palestinese, all’interno delle leadership degli altri paesi, queste componenti che non vogliono tradire e abbandonare l’islam? Perché è inutile andare da loro e dirgli: “Adesso tu diventa occidentale”; perché verranno massacrati dai loro compaesani. Così come è inutile andare al Papa e dirgli: “Perché non ragioni, non sei per l’aborto, per l’eutanasia?”. Ma che cavolo c’entra! Cioè, io non posso rivolgermi all’altro, dicendo: “Diventa come me”.

Allora, andare da loro e dire: “Ma tu che ti sforzi di interpretare la tua tradizione in modo da rendere possibile il dialogo e il colloquio, ti aiuto: c’è qui l’Europa”. Moltiplicare le relazioni culturali, moltiplicare gli sforzi di relazione su questo piano, è importantissimo per l’islam. Questo non è sincretismo religioso, questa è grande politica che sempre s’accompagna anche a queste aperture di ordine culturale e non è sincretismo, perché appunto io non dico: “Facciamo una bella confusione insieme, facciamo una bella marmellata di Islam, cristianesimo, giudaismo, ecc.”.

Detesto anch’io le marmellate: “No, vediamo di parlarci, vediamo di conoscerci, io continuerò a essere cristiano, tu continuerai a essere islamico, ma è necessario che queste nostre distinzioni diventino guerra? Cioè, dove non sei unito, sei in guerra?”. Cos’è questo sillogismo ridicolo? “Sono distinto, sono convinto delle mie idee e trovo che proprio per essere convinto delle mie idee, devo ascoltare le tue. Come faccio ad essere convinto delle idee, se non vengo a capo delle tue? Quindi, parlami, dimmi, spiegami, convincimi oppure convincimi delle mie idee proprio perché io capisco che non sono d’accordo con le tue. Parliamo!”.

E invece l’occidente nei confronti di questi paesi si è presentato e si continua a presentare come fossero degli infanti che occorre educare: “diventate democratici, diventate pragmatici, diventate razionalisti come noi, ma non crederete mica ancora in Dio?”. Diciamo così o no? E questo naturalmente rende anche politicamente infinitamente più difficile il rapporto con queste altre culture e rende drammaticamente possibile anche arrivare a scontri di civiltà. Attualmente non è questo il punto, perché il punto è un grandissimo conflitto su interessi molto determinati, molto corposi, ecc., però è chiaro che siccome tutti i conflitti poi si accompagnano anche a una componente ideologica (e in questo caso ideologico-religiosa), potresti anche arrivare ad uno scontro di civiltà. Di nuovo il ruolo dell’Europa è fondamentale, perché non possiamo pensare che gli Stati Uniti -amici- entrino in una dimensione culturale che non è mai stata la loro: gli Stati Uniti sono un grande popolo anche perché ritengono che la salvezza del pianeta faccia tutt’uno con la salvezza loro. No, gli Stati Uniti da Jefferson dichiarano questo e la leadership americana su alcune idee è assolutamente ferma; e cioè questo: sostanzialmente il mondo è una periferia, ma non dal punto di vista che questo abbia un senso spregiativo o altro; no, è che il mondo prima o poi riconoscerà che i valori, il modo di vita, ecc. americano è il migliore. Quando Bush alla televisione ha detto, in una famosa intervista dopo le “due torri”: “Io non riesco a capire com’è che possono attaccare gli Stati Uniti, che sono il paese più buono del mondo”, non faceva propaganda, non faceva uno spot televisivo come qualcuno da noi, era assolutamente convinto ed esprimeva quello di cui è convinta la politica americana da Jefferson in poi: tutti; che siano democratici come Roosvelt, che siano reazionari come Nixon, ne sono convinti tutti. E’ una cultura, è un grande popolo, che pensa così: almeno la sua leadership pensa così, poi ci sono anche i neri che fanno gli assalti nei ghetti, poi ci sono le rivolte, poi ci sono state le grandi parentesi tragiche come il Vietnam, però questa linea se voi la seguite, la seguite e chi l’ha espressa nel modo più crudo non è stato Bush, è stata l’Allbright, il ministro degli esteri di Clinton nella passata gestione.

Quindi, è impossibile pensare che siano gli Stati Uniti che fanno questo discorso all’Islam: dobbiamo essere noi! Se non siamo noi, non sarà nessuno. Eccola la necessità dell’Europa: l’Europa, questa Europa è necessaria per la pace nel mondo. Che sia possibile è un altro paio di maniche, ma è assolutamente necessaria.

E quali leadership? Ultima questione: però sono d’accordo nel modo in cui tu hai posto la questione, perché prima di interrogare quali leadership, bisogna costruire un soggetto europeo, un cittadino europeo che abbia tutto l’interesse a questa Europa. Questo è il punto fondamentale e noi dobbiamo costruire questo cittadino europeo. Non potrà essere poi anche il discorso della cittadinanza, che si faceva prima, come una specie di cittadinanza donata. Dobbiamo costruire questo cittadino europeo, bisogna costruirlo perché noi sentiamo che questa Europa ci interessa: e qui è il grande e drammatico problema. Qui andiamo un po’ sul tecnico, ma è incredibile -sapete- se voi pensate alla dissimmetria drammatica che si sta aprendo tra i trattati europei in materia sociale (in materia di diritti sociali, di cittadinanza sociale, ecc.) e le costituzioni nazionali: nelle costituzioni nazionali che sono quasi tutte o figlie della seconda guerra mondiale (e quindi dell’epoca d’oro di un certo “welfare”), oppure nascono dalla caduta di dittature (l’ultima la spagnola, che è una costituzione molto avanzata). In queste costituzioni voi avete un totale superamento di una prospettiva liberista classica, cioè quella che dice “pari opportunità”: “vuoi andare a scuola, sei libero d’andare a scuola, vuoi essere curato, sei libero di andare in ospedale e nessuno ti può discriminare”. E questa ottica è quella dei trattati, è un’ottica di pari opportunità, è un’ottica liberista che da questo punto di vista è assolutamente meno garantista delle costituzioni nazionali, dove invece (in quella tedesca, in quella italiana, in quella francese, in quella spagnola in particolare) non hai affatto semplicemente la dichiarazione della libertà. Dici: “Lo Stato deve intervenire affinché tu possa godere di servizi erogati in termini universalistici”. Fa obbligo allo stato di intervenire affinché tu possa essere curato gratuitamente, andare a scuola gratuitamente, godendo di servizi universalistici tutti allo stesso livello. Quella spagnola è addirittura imperativa in questo senso. E quindi c’è una dissimmetria tremenda tra la logica dei trattati e la logica di alcune tra le più importanti costituzioni europee. E quindi questo gap va coperto. Allora se copri questo gap e vedi che in Europa certi tuoi diritti e certi tuoi interessi sono tutelati più efficacemente che a livello nazionale, non solo in materia di anti-trust che può interessare a chi del grande pubblico oppure in termini di alcuni temi riguardanti -per esempio- la grande questione che si è sollevata nei mesi scorsi sulla giustizia europea, ma di quelli al gran pubblico cosa gliene importa; di tutto il dibattito che c’è stato -importantissimo- in materia di certe leggi sulla giustizia e di certa refrattarietà del governo nazionale ad aderire a una visione europea su questi problemi, s’è spostata granché l’opinione pubblica? Cioè, l’opinione pubblica può essere davvero vitalmente interessata a costruire una cittadinanza europea se questa cittadinanza sarà una cittadinanza sociale. Allora, costruito questo soggetto, tu costruirai anche i leaders di questo soggetto, ma se manca il soggetto che leaders costruisci? Costruisci leaders nazionali. Quello che continua a fare l’Europa: badate che è drammatico. Io in quell’anno e mezzo che sono stato lì nel Parlamento Europeo, un’esperienza veramente incredibile perché per il 90% dei paesi non ci sono leaders al Parlamento Europeo (proprio lì lo ignorano il Palamento Europeo, non ci sono), ci sono delle (devo dirlo alle amiche, alle signore, alle donne qui presenti) bravissime donne: la gestione del Parlamento Europeo è in mano pressoché esclusivamente alle donne; intanto sono molto più numerose percentualmente che all’interno di qualunque organismo rappresentativo nazionale, anche dei consigli comunali, infinitamente più numerose; e poi son quelle che lavorano a tempo pieno, con grandissima serietà, con grandissima dedizione, con grandissima competenza molte volte. E leaders nazionali non ne vedi mezzo: gli unici presenti son gli italiani. Sono tutti, cioè 80 deputati europei sono gli 80 leaders, cioè tutti, nessuno escluso, sono tutti anche deputati europei, non fanno assolutamente niente, ovviamente, però usano della carica europea per trovarsi insieme: mai fatto tante riunioni dell’Ulivo, tutti i leaders dell’Ulivo ci si trovava a Strasburgo a cena. E si fanno le riunioni dell’Ulivo, di partito, perché sono tutti lì. E’ l’occasione per cui si vedono, naturalmente per parlare d’Europa, come potete facilmente immaginare. Questa è la situazione.

Ma cosa significa questo, al di là delle battute? Significa che non c’è il soggetto di base europeo, il cittadino europeo, che -sapendo che lì si decidono le cose essenziali per lui- ci manda qualcuno per fare quel lavoro. Questo è il punto. E quindi manca completamente una leadership europea. Io mi aspetto molto da questa -diciamo- costituzione, perché si vedrà: se affrontano alcuni di questi temi, li prendono di petto e danno una soluzione concreta, si potrà sperare di andare avanti in una certa prospettiva , se invece viene fuori un manifesto totalmente ideologico, di buoni principi, una sbrodolatura su diritti umani, diritti fondamentali, senza nessuna concretezza, e allora vorrà dire che bisognerà aspettare ancora qualche anno perché si possa fare politica concretamente sulle prospettive che ho indicato. (fine dell'intervento di Massimo Cacciari).

Sul tema delle relazioni tra Città ed Impero, alleghiamo la copertina del volume Americans-Città e Territorio ai tempi dell'impero (Cronopio editore) di Laura Basco, Enrico Formato, Laura Lieto, docenti e ricercatori impegnati nell'Università Federico II° di Napoli. Su tali temi  riteniamo giusto soffermarci sul nostro sito, per attraversare storicamente, criticamente e per certi aspetti anche per una nuova visione strategica politica futura e progettuale europea, sulle relazioni che sono sussistite tra "città europea ed americana", almeno a partire dalla fine dell'800. Riteniamo questo passaggio una faglia temporale e spaziale, fondamentale per capire la maturazione del fenomeno di "smaterializzazione" fisica della città, almeno per come era conosciuta allora. Fenomeno che ha determinato un salto epocale per quanto riguarda nuove relazioni urbane e di cui bisogna esserne necessariamente consapevoli, per intravedere le nuove forme del "potere imperiale" contemporaneo, nuove  forme fisiche ed immateriali delle città-metropoli-megalopoli contemporanee alle diverse scale geografiche e territoriali globali (Mario Mangone)