11 APR 2022 TIME EXPERIENCE COMMERCIAL 

<tecommercila

“…M’affanno a dire che è dalla singola persona che si deve partire e non dalla società…”

“…Il Mondo, che ci si ostina a qualificare come capitalista invece di ammettere più onestamente che si tratta del mondo umano, così come si è sviluppato in senso antropologico-culturale (forse basterebbe dire biosociologico) - è una realtà dalla quale nessuna ideologia o religione può liberarci. Il suo destino è nel suo dna. Questo non ha impedito che dentro la sua cornice naturale persone e soggetti e apparati non abbiano tentato nel tempo e con alterne sorti operazioni volte a migliorare le condizioni umane seppure su basi e valori diverse…”

“..:Sappiamo tuttavia che tutti questi tentativi nell'arco della storia hanno essi stessi contribuito a rendere sempre più complesse le società senza tuttavia riuscire a impedire guerre, fame, morte, ingiustizie, violenze. La storia ci mostra il nostro futuro, il suo progredire dentro la morsa della dialettica. Dunque sarebbe ridicolo che io mi immaginassi di suggerire un andare oltre o tornare indietro rispetto a questo destino. Ciò che invece tento di immaginarmi è che le singole persone riescano a crearsi una spazio e tempo di educazione della propria coscienza sulla base di un solo principio: non fare soffrire l'altro da sé e se stesso…”.

“…Intendo la sofferenza della carne (la lama che la ferisce, l'arma che la uccide, la violenza che la mortifica ecc). Il nodo è per me nel fatto che la civilizzazione - di fronte alla sofferenza umana - non s'è più rinnovata dopo la formula weberiana sul rapporto tra vocazione e professione. Non vi colpisce la facilità con cui ogni persona tra noi riesca a rimuovere il dolore che i suoi obblighi sociali producono quale siano i loro fini? Ecco è da qui che si dovrebbe partire: un doppio binario, contemporaneamente alla nostra condizione di sudditi di noi stessi provare a valorizzare la nostra coscienza al fine di attutire la sofferenza che ogni nostra pratica sociale e professionale produce…”.

“…Intendo riferirmi al nodo cruciale su cui da qualche tempo mi provo a pensare e a dire (confusamente, lo so, ma la navigazione libera comporta non poche difficoltà). Conoscenza e politica (tanto per dirla in due sole parole) sono pratiche radicate nella società e dunque in rapporti di potere, in sistemi di potere, in cui la persona è assoggettata al ruolo che le viene dato non indipendentemente dai suoi bisogni/desideri ma a misura di quanto tali bisogni/desideri possono essere utili al sistema che la ospita…”.

“…La civilizzazione ha costretto la singola persona a sottostare alla dialettica tra una promessa di libertà individuale concretamente "impossibile" - irrealizzabile quale sia il regime sociale instaurato - e la promessa di una vita materiale "possibile" soltanto a patto di partecipare alle forme di potere che incarnano tale promessa. Ce n'è abbastanza per capire che la rivoluzione culturale alla quale mi riferisco comporta un radicale salto di prospettiva: non la persona versus la società ma la persona versus se stessa. Una prospettiva di lungo periodo…”.

“…Una forma di esperienza personale del mondo da far maturare dentro al mondo stesso così come si trascina storicamente, socialmente, sapienzialmente. Dei tanti spazi di educazione della persona di cui la società dispone a me pare che quello della scuola sia il luogo più adatto in quanto il più necessario. A dimostrare che sia questa l'unica via possibile per una emancipazione della persona dalla società, a me pare sia proprio il degrado culturale e sociale in cui la modernità presente ha gettato la scuola come matrice di ogni progressione formativa. La scuola, in virtù del suo primo impatto con il corpo e la carne delle singole persone, potrebbe garantire quella trasmutazione dei valori che la società attuale - avendo compiuto, prodotto e consumato per intero il proprio destino (ciò a cui s'è destinata sin dall'inizio) - non può pensare e praticare…”

 

Dunque per spiegarmi meglio rimando a qualcosa che ho scritto un paio almeno di anni fa: “Ma merito e efficienza possono essere davvero la vocazione della persona? Oppure, dinanzi a tutto il resto di sé che la obbliga e la interroga, al di sopra di tutto la persona invoca ed è invocata da ciò che più la spinge a fare soffrire e soffrire essa stessa. La verità del dolore psicofisico è l’unica verità che non può essere occultata nelle forme logiche e emotive dei linguaggi sociali.

Dalle loro etiche, estetiche e politiche. Non c’è ratio o desiderio che possa far tacere il dolore di una mano che affonda o viene fatta affondare nella brace. La conoscenza del dolore fisico gode di una massima semplicità per quanto complesse e motivate perfettamente dicibili, ne possano essere state le cause. Persino l’aggettivo semplice è già una qualificazione di troppo: si dice accecati dal dolore o dalla paura o dalla violenza proprio perché, in questi momenti senza più tempo misurabile, la carne  umana perde ogni coscienza di sé, sia essa falsa o vera.

Viene a mancare ogni misura, valore, in grado di deciderne il senso. Appunto: la grande disputa moderna tra vera e falsa coscienza dell’individuo, delle sue identità e dei suoi ruoli, delle religioni che professa, crolla nella sofferenza e nella morte come pratica umana, attiva e passiva che sia. Sofferenza e morte sono causa e effetto della natura umana. E’ il doppio vincolo che lega in una stessa necessità la vittima e il carnefice. Lo stato di necessità non è soltanto della singola persona ma della persona immersa nel mondo che la alimenta. Che le è prossimo: la persona è in condizione di perenne, inevitabile, prossimità con l’altro da sé.

“Ama  il Signore Iddio tuo con tutto il cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la tua mente tua. Questo è il grande primo comandamento. Il secondo, simile ad esso, è : Ama il prossimo come te stesso (Matteo 22:37-39).

Il primo comandamento vincola a sé la persona la prende in consegna, così come pretende ogni sovranità celeste e terrena, ogni credenza e ideologia che della persona sappia la forza, e dunque ne valuti il capitale. Ma il secondo comandamento la getta nella prossimità, e la prossimità è quella sfera di sopravvivenza alla quale la persona non può sottrarsi a meno di non decidere di uccidere se stessa. E’ la prossima tra le persone, le cose e i luoghi a farsi tecnica. Le prime armi di attacco e difesa non sarebbero nate senza la prossimità costituita da un ambiente”

__________________________________________________________________________

Da Caverne pag. 58-61 (Alberto Abruzzese - Lessico della Comunicazione- a cura di Valeria Giordano)

L'immersione televisiva che ha caratterizzato gli ultimi decenni del Novecento ha reso sempre più esile il margine tra l'esperienza della comunicazione e la vita stessa, che i linguaggi dei mass media avevano sembrato dividere e di fatto avevano a volte brutalmente separato. Tutto era già avvenuto quando, ancora alla fine dell’Ottocento, la luce riflessa del film si era accesa nel buio delle prime sale cinematografiche. C'è chi non si e accorto di questa centennale metamorfosi e l'ha accettata come si accettano le cose della natura e chi, pur trovandosi ugualmente a viverla sin dentro il proprio corpo, le resiste sino a sentirla come un’invasione aliena, nemica. Ma a fare da motore dello sviluppo delle forme espressive in cui abitiamo sono stati proprio questi impulsi a resistere ai processi di  artificializzazione dell’esperienza: un conflitto perenne tra chi crede di vedere e chi desidera vedere altro, costruire altri territori e dunque altri rapporti di forza.

Sempre, nel farsi progressivo delle civiltà, i mutamenti sociali e le innovazioni tecnologiche si sono manifestati nella forma anfibia del desiderio e della paura. Quest’avventura - che s'è intrecciata alla storia di un secolo terribile e insieme meraviglioso, ricco di morte quanto di emancipazione umana - può essere raccontata come un’avvicendarsi di luci e tenebre, teso - nel bene e nel male - a rendere visibile il mondo, a rischiararne identità e relazioni, persone e cose. Si pensi a quanto il cinema e la televisione abbiano dissipato le tenebre della mente costruendo infiniti mondi immaginari - oltre ogni barriera spazio-temporale e oltre la scrittura - eppure sempre più necessari ad avere il senso dei mondi cui apparteniamo e in cui ci riconosciamo. Si pensi al lavoro espansivo e intensivo che i media televisivi hanno compiuto, invadendo la notte come il tempo di lavoro, la sfera privata come la sfera pubblica.

Ora - dopo l`affermarsi dei linguaggi del computer – i processi di innovazione nel settore delle comunicazioni si stanno facendo talmente intensi da toccare i miti stessi della visibilità, del farsi degli individui nel mondo, da metterli in crisi alla prova del nostro presente, delle nuove sensibilità che vi stanno insorgendo, Sino a investire persino le grandi metafore originarie della “caverna”, proprio il mito che ha costituito il primo grande nucleo della riflessione occidentale sul rapporto tra corpi e immagine, realtà e finzione. E tanto altro ancora di profondo e istintuale: le energie primigenie della Terra e dunque del desiderio (Vulcano e Venere); il doppio regime notturno e diurno della comunità e quindi della morte e della vita (Orfeo ed Euridice); la linea d`ombra tra il ventre materno e il mondo esterno; i geni e mostri che abitano le oscure viscere della foresta e tuttavia alimentano i destini dell`uomo, proteggono eroi, forgiano metalli e incantesimi, custodiscono diamanti e segreti (si vedano in particolare le mitologie nordiche di cui v’è traccia nei paesaggi del primo Romanticismo e poi nelle illustrazioni di saghe e fiabe popolari, sino alle saghe post-moderne degli eroi del Gruppo Marvel, ma anche le immagini dovute al senso panico e primitivo delle culture mediterranee, là dove l’antro cavernoso delle montagne si trasforma nelle grotte fluorescenti del mare, nelle ombre di boschi riflesse ai bordi dell’acqua di fiume, tipico ingrediente dei flussi turistici dal Nord verso il Sud, dall’illimitato viaggiare oceanico al conforto comunitario del mare Mediterraneo).

La millenaria ricchezza simbolica che si e accumulata nel mito della caverna e stata assorbita dall’immaginario ottocentesco e dunque dallo spirito della civiltà industriale e della società di massa: il sottosuolo delle metropoli è stato identificato come il luogo generatore eppure rimosso dello sviluppo tecnologico cosi come dell`anima dilaniata dal dolore umano, dall’ingiustizia del potere, della falsità della ricchezza e delle leggi (dalla fabbrica sotterranea di Metropolis di Fritz Lang alla miniera di Biancaneve e i sette nani di Walt Disney; dai mostri sub-umani, pre-umani o extra-umani dei racconti di Howard Phillips Lovecraft agli alieni che emergono dal ventre di paleo-astronavi disperse nello spazio).

Prigioni, sotterranei, cloache, città e macchine morte: da queste zone senza luce sempre nuovamente emerge l'ossessione romantica per Atlantide, il luogo sommerso delle magnifiche sorti del progresso; viaggi che non procedono più per estensione ma in profondità; figure che non esprimono il principio di realtà ma l`inconscia consapevolezza di un “mondo reale” e per ciò stesso muto, inattingibile, sacro (quindi fatalmente esprimibile solo attraverso fantasmi o corpi tra la vita e la morte, sfuggenti, ibridi, mutanti). In questi abissi vengono individuate anche le forme produttive che il potere sfrutta e relega ai margini dell’estetica del bello, dell`etica del buono, dell’educazione del gusto: l’altra parte della città, delle sue istituzioni e delle sue rappresentazioni, Ciò che al cittadino appare barbaro e al barbaro la sua nuda vita, la deriva antropologica cui è stata abbandonata dal sapere dei civilizzati. Su questo versante post-moderno viene meno l'esemplare modernità del film Metropolis e dello schermo come linguaggio delle metropoli, territori in cui il retroscena del lavoro è immaginato come inferno dei vivi, cuore di tenebra della tecnica, luogo di sfruttamento del proletariato, ma anche matrice - a immagine e somiglianza delle catacombe - di una nuova solidarietà e salvezza.

Tutto ciò che si è articolato tra chiaro e oscuro, superficiale e profondo, emergente e sommerso, adesso, con i nuovi ritmi della globalizzazione - o meglio della potente sintesi cibernetica tra globalizzazione e localizzazione - viene tradotto, trasferito, trasformato dalle nuove piattaforme esperienziali e psicosomatiche dei linguaggi digitali, spintesi assai oltre il cinema e la televisione, sino a toccare la biosfera in cui l”uomo, la natura e l’artificio si incontrano. I linguaggi delle reti telematiche sono il mezzo espressivo di una corporeità radicalmente diversa da quella delle identità collettive del tempo moderno, dai simulacri di cui si è nutrito, dalle politiche con cui ha dominato.

Il mito della caverna evoca qui un altro processo: le profondità che vi emergono non sono quelle della metropoli, delle mappe geopolitiche, delle differenze tra passato e presente o domicilio e sfera pubblica, ma sono le profondità della persona. Secondo il modo d”essere della civiltà moderna, nella caverna non era dato di vedere, leggere; non era dato comunicare al di fuori. Ora il computer consente di uscire fuori dalla caverna in cui la sfera biologica è stata imprigionata ed è la sua parte oscura a potere comunicare con l`altro.

Al desiderio ecologico di illuminare e bonificate la città sotterranea, di spiegarne in pubblico l’utile e il dilettevole, corrispondono ora rivelazioni ed emergenze di ciò che le forme autoritarie della modernità e dei suoi linguaggi hanno mortificato e represso nell`interiorità dell’esperienza: afasie e analfabetismi dell’infanzia, della senescenza, del femminile e del transessuale, del polimorfo. Di ciò che è immemore e senza storia. Desideri insoddisfatti che premono verso una luce, una messa in relazione che non sia quella riflessa degli schermi, la loro semplice “ messa in scena”.

 

                                                                                                                 

Alberto Abruzzese           https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Abruzzese