In memoria di Yorgos Simeoforidis

 

                 In Memoria di Yorgos Simeoforidis

L’undici Febbraio del 2002, nella città di Lugano, mancò improvvisamente il nostro amico  architetto ateniese Yorgos Simeoforidis.  La sua scomparsa ha provocato un vuoto enorme in chi lo conosceva. E’ stato un nostro amico fortemente impegnato nell’ambito della ricerca internazionale  ed un  sensibile osservatore del cambiamento delle nostre città europee ed in particolar  modo di quelle mediterranee.

 Nella sua vita studentesca, professionale e privata  ha  avuto un rapporto molto intenso ed intimo con la nostra città. All’interno della nostra rete Copamed  (Cooperazione organismi professionali architetti dell’area mediterranea) è stato un valido coofondatore,  partecipando  alle sue tre conferenze internazionali tenute qui  a Napoli negli anni ‘96/’97/’98 ed aveva contribuito a  costruire con noi una proficua collaborazione.  Infatti riteneva   sostenere nei fatti  ciò che  Fernand Braudel  diceva in merito al mediterraneo e cioè  che la cultura di questo incredibile mare è una cultura basata sugli scambi e sulla comunicazione. Infatti Yorgos Simeoforidis  aveva  suggerito quello che per lui poteva rappresentare il punto di partenza su cui basare l’iniziativa del Copamed:

“…il primo è che il momento di globalizzazione e i fenomeni della metropolizzazione sono oggi più accentuati che mai e ciò riguarda particolarmente le città del mediterraneo: alcuni  sostengono che stiamo attraversando un periodo in cui dal concetto di metropoli stiamo arrivando a quello di metapoli, concetto che ingloba la metropoli classica e che analizza un territorio molto più vasto con tutte le sue eterogeneità. Questo concetto non è troppo lontano da quello discusso in Italia trenta anni fa, la città-territorio, e che però diversamente da allora viene oggi amplificato dalle nuove tecnologie di comunicazione e di trasporto.Ovviamente le tecnologie di trasporto non riguardano molto le città del Mediterraneo per ragioni geografiche, però è evidente che sia le tecnologie di comunicazione che quelle di trasporto sono per molti aspetti importanti;

Il secondo punto  è relativo alla trasformazione della città esistente nella quale stiamo scoprendo sempre di più, che esistono nuovi modi di vita quotidiana, nuove forme di produzione architettoniche e nuovi modi di utilizzare e pensare quello che una volta era lo spazio pubblico classico. Tutto ciò è legato alla vita quotidiana e a fenomeni che ci riguardano come il turismo di massa, il quale ha un impatto incredibile sulle città mediterranee...”

Pertanto quale può essere  il legame capace di accomunare le città del Mediterraneo?

Secondo Simeoforidis bisognava rifarsi all’idea di un paesaggio culturalmente e storicamente molto stratificato e di grande interesse archeologico. “…le nostre città sono tutte città-porto: Barcellona, Marsiglia, Napoli, Atene, Istanbul, solo per fare un esempio;  queste sono  grandi conurbazioni urbanistiche. Atene è la terza città europea dopo Londra e Parigi con cinque milioni di abitanti e Napoli, Barcellona, Il Cairo, Istanbul, Marsiglia, sono allo stesso modo enormi città. Questo paesaggio potrebbe essere definito moderno, per certi aspetti selvaggio, nel modo in cui è stata fatta l’urbanizzazione e la trasformazione della città, ma è anche un paesaggio dolce, secondo quella idea che Ernest Nathan Rogers in una conferenza del CIAM ha definito “dolce far niente”. Forse è una visione un po’ mitica, però il nostro rapporto con il paesaggio, intendendo il paesaggio in modo più generale e metaforico, è ciò che può accomunare il nostro essere cittadini del Mediterraneo. Dunque l’obiettivo, specialmente per noi architetti, è essere contemporanei in un paesaggio storicamente molto stratificato ed è questo ciò su cui bisogna scommettere…”

Su questi indirizzi programmatici Yorgos Simeoforidis  aveva lavorato con noi ed aveva profuso le sue energie ed il suo ottimismo verso la capacità del “ progetto” architettonico di trasformare concretamente  il territorio, il paesaggio e le città storiche, come si può anche evincere dal suo ultimo articolo su COSTRUIRE-Marzo 2002, dal titolo “Architettura Italiana- Nuovi indizi di un nuovo clima”, scritto qualche giorno prima di lasciarci seguito  dall’articolo in sua memoria comparso nel numero di Costruire-Aprile 2002 a firma di Maria Vittoria Capitanucci 

Non dimentichiamo il suo lavoro di ricerca  avviato con altre istituzioni internazionali come l’Europan o la Triennale di Milano. Infatti queste ultime  nell’ambito delle iniziative della mostra “Dentro la Città Europa. USE. Uncertain States of Europe” hanno dedicato la giornata dell’11 marzo scorso alla sua memoria ed al suo immenso patrimonio di ricerca, tra cui gli appassionati contributi di Didier  Rebois, Giancarlo De Carlo, Stefano Boeri, Angelo Monti, Nikos Ktenàs e tanti altri. A questa  giornata come Ass. Gron e rete Copamed abbiamo  voluto testimoniare la nostra presenza e renderci conto dell’immenso lavoro che Yorgos ci lascia in  eredità, a partire dalle sue approfondite ricerche riguardanti  lo sviluppo storico dell’architettura moderna  in Grecia ed in particolar modo  nella sua cara Atene. Lavoro che tenteremo di continuare e sviluppare attraverso il lavoro di coordinamento che si propone la costituente Fondazione in Atene.

Ma di Yorgos Simeoforidis non vogliamo ricordare  solo lo studioso di architettura,  ma  principalmente  l’amico con cui abbiamo avuto il  piacere, in diverse occasioni, di condividere il nostro sentirci  mediterranei. In numerose ore condivise nel piacere di parlare, stare insieme abbiamo spesso racchiuso  anche il senso della nostra professione di architetti, rispetto alla quale bisogna avere anche il mondano gusto  del distacco, ma nella piena e rigorosa adesione alle sue ferree leggi costruite dalla sua storia.

Ai suoi parenti ed amici, ai suoi più vicini collaboratori  il nostro impegno per non disperdere la sua memoria,   capace di racchiudere l’itinerario della sua ricerca e della sua e nostra volontà di avvicinare sempre più la sua Atene alla nostra città.

Ciao Yorgos

 “LA SCOMPARSA DI SIMEOFORIDIS” - Intellettuale instancabile

E’ grave perdere un affetto e un intellettuale intraprendente, capace di analisi acute ma anche di riflessioni inedite. Forse questo è stato Yorgos Simeoforidis, greco di nascita, anglosassone di adozione (ha studiato fra l’altro all’AA Architectural Association di Londra, dove ha anche insegnato), cittadino del mondo e, per questo, anche un po’ italiano: ha studiato a Firenze, vissuto a Roma e in questo periodo era coinvolto in numerose iniziative da Pescara a Milano, dove insegnava alla facoltà della Bovisa. Era stato insignito della Medaglia d’oro per la Storia dell’arte dall’Accademia di Francia. Ateniese, nato nel 1955, architetto e critico, membro del comitato scientifico di Europan, è stato anche editore (Untimely Books), direttore di riviste (Tefkos e Metapolis) e curatore di mostre. A lui si devono importanti studi e scritti sulla storia culturale della condizione urbana e sulle trasformazioni del paesaggio contemporaneo…”

Da Costruire-Aprile 2002 a firma di Maria Vittoria Capitanucci 

 

(da La Metropoli dopo - a cura di Pippo Ciorra/Gabriele Mastrigli, Ed. Meltemi/Babele)

 

Territori in transizione  di Yorgos Simeoforidis

“La città contemporanea è per natura multipla, decentrata e frammentata in reti differenti; reti che dipendono dalle relazioni dei suoi sistemi. Le strutture di queste relazioni sfidano una comprensione unitaria, visto che sono compresi come insiemi non stabili che si modificano dalle tensioni applicate/esercitate su di loro...” (Ignasi de Solà Morales).

La “svolta spaziale”

Il  nuovo paesaggio urbano si trova oggi all’attenzione degli architetti e urbanisti che cercano gli strumenti del suo approccio, interpretazione e descrizione con l’obiettivo di rendere effettive procedure di interventi spaziali e territoriali. Forse è solo una coincidenza però questa nuova attenzione verso il paesaggio urbanizzato contemporaneo non è del tutto accidentale e senza relazione con la priorità che hanno assunto i temi e gli studi spaziali durante gli anni Novanta. Secondo Edward Soja, “dall’inizio degli anni Novanta assistiamo a quello che io percepisco come la prima significativa e interdisciplinare svolta spaziale (spatial turn), una svolta verso nuovi modi di pensare in cui lo spazio occupa una posizione centrale come forma di analisi, ricerca critica, pratica, teoria e politica” (Soya 1996).

L’architettura e l’urbanistica, per eccellenza discipline dello spazio sono radicalmente influenzate da questa svolta che offre una nuova modalità; oltre le pratiche dello spazio o lo spazio percepito (Firstspace per Soja) e lo spazio concepito o le rappresentazioni dello spazio (Secondspace), esiste anche lo spazio vissuto (Thirdspace). Soja sostiene che le due discipline sono ancora inscritte nelle prime due modalità dello spazio anche se una serie di eventi o nuove politiche spazio-culturali portano avanti temi — come “il diritto nella città”,’i diritti civili”, “la giustizia spaziale” e altri — che sono destinati a trasformarle. Questa “svolta spaziale” è senz’altro in relazione con le trasformazioni che attualmente sono in corso in tutto il globo, particolarmente nel continente asiatico e africano; trasformazioni che toccano temi di democrazia urbana e del nuovo valore politico del progetto urbano.

La maggior parte delle grandi città divengono comprensibili mediante diversi modelli di sviluppo urbano, in concomitanza con le rispettive trasformazioni sociali: cerchi concentrici (dal centro verso la periferia), settori, molteplicità di nuclei. Oggi tuttavia, secondo il ricercatore italiano Paolo Perulli, l’immagine della grande città è quella di una gigantesca clessidra, ai due estremi della quale si trovano da un lato gli strati sociali emergenti, le élite professionali, dall’altro le nuove categorie dedite al lavoro manuale (e che non vengono assorbite dall’industria, ma dai servizi dei terziario), insieme a inedite forme di povertà e degrado sociale; al centro della clessidra, invece, le classi produttive tradizionali (borghese e operaia) (Perulii 1992).

Su questi risvolti del tessuto sociale della città contemporanea ci siamo soffermati poco; eppure, ogni forma di discorso, progettuale o di altro genere, sul presente e sul futuro delle nostre città si scontra immancabilmente con il paesaggio in continua trasformazione delle strutture sociali che le compongono.

Mutazioni

“Oggi, più del 50% per cento della popolazione globale si concentra in aree urbane. Le nuove reti di comunicazione aprono spazi di collegamento senza limiti, mentre la globalizzazione dell’economia abolisce/sopprime i confini. Nuove centralità sono progettate, l’invisibile e i flussi entrano nella materialità urbana. Queste — senza precedenti nella storia dell’umanità  mutazioni marcano l’apparenza di una nuova civiltà/cultura urbana...”.

Fenomeni di questa seconda onda d’urbanizzazione tra la prima e la seconda modernità, sono stati documentati nella nostra Mutations impostata sulla constatazione precedente. Mutations è composta di varie parti secondo gli interessi dei ,suoi curatori: Rem Koolhaas con il gruppo degli studenti dell’Harvard Project on the City presentano le ricerche sui temi della città asiatica e africana e il fenomeno dello shopping; Stefano Boeri esplora con la rete di collaboratori del gruppo Multiplicity, le declinazioni di una Europa forse prossima ma senz’ altro ignota; e Sanford Kwinter mette nel suo mirino una America in turbolenza1 .

Shopping, massa urbana e sfida della città

Forse un giorno ricorderemo la fine del xx secolo come il momento durante il quale fu impossibile percepire la città senza riferirsi al fenomeno dello shopping...”.

Con questa affermazione provocante comincia il lavoro del gruppo di Harvard, testimoniando la condizione dello shopping e le sue strutture spaziali: dai passaggi parigini, ai grandi magazzini della modernità, ai centri commerciali e gli ipermercati, ma anche la diaspora del fenomeno negli aeroporti, i musei, i parchi tematici, le biblioteche, le Università. Lo shopping — nell’espressione dello shopping mali —sostituisce la dimensione politica dell’ex spazio pubblico, spazio di contatto, in uno spazio interno senza fine, grazie all’uso delle tecniche che hanno reso possibile questa proliferazione: la climatizzazione e le scale mobili...

Il lavoro di ricerca si concentra su due aree urbanizzate nel continente asiatico e africano, Il delta del fiume Pearl nella Cina del sud, fuori Hong Kong — una agglomerazione di cinque città con due zone economiche speciali, con popolazione attuale di dodici milioni e previsione di trentasei fino al 2020 — costituisce la Terra Promessa dei processi di sviluppo della modernizzazione occidentale e della politica economica liberale che trascendono ogni resistenza locale.

E se questo nuovo delta - un vero laboratorio di mutazione attraverso la particolare coabitazione di comunismo e capitalismo - produce una nuova “massa urbana”, è Lagos, la capitale di quindici milioni di abitanti della Nigeria, che pone un enigma fondamentale, in quanto continua a esistere e a mantenere la sua produttività, a scapito della mancanza quasi totale di infrastrutture, di sistemi d’organizzazione e amministrazione urbana secondo i modelli occidentali. Secondo Koolhaas, la funzionalità di questa megalopoli africana (documentata nelle foto di Edgar Cleijne) evidenzia l’efficacia - nella grande scala - di sistemi e fattori che sono considerati come marginali, senza forma, anche illegali, riferiti a una nozione tradizionale di città; questa realtà ci conduce irrevocabilmente a ripensare la nozione, l’idea stessa di “città”.

L’Europa incerta

L’esplorazione del gruppo Multiplicity e del programma USE (Uncertain States of Europe), si accentra sulle nuove relazioni individuo/spazio urbano, attraverso una strategia di osservazione basata sul concetto dell’incertezza come chiave di lettura delle trasformazioni del paesaggio europeo contemporaneo, rappresentate da alcuni casi-studio paradigmatici: l’economia diffusa dell’industria familiare di calzature nella località di Elce, in Valencia; la presenza cataclismica del mercato effimero e nero a Belgrado; la trasformazione di una località idillica come San Marino nel centro storico-museo di consumazione; la ribalta di una tipologia del dopoguerra — edifici residenziali multipiano — in una specie di Chinatown verticale commerciale, nel tredicesimo arrondissement a Parigi; l’osmosi culturale tra Tunisia e Italia nell’area di Mazara del Vallo in Sicilia; il trapianto di entità senza comunicazione, di enclave a sé stanti in Pristina; il recupero di aree industriali contaminate e la loro trasformazione in spazi di sport eccentrici nei Tyneside dell’Inghilterra; l’esplosione di rave party nelle aree industriali abbandonate delle città in Europa centrale; l’intensificazione senza logica delle autostrade nei territori della ex Germania dell’est; l’integrazione sofisticata delle enclave ad alta tecnologia nel paesaggio naturale svizzero; l’intensità di scambi e spostamenti quotidiani tra Belgio e Olanda che produce raggruppamenti policentrici sopra nazionali - questi sono alcuni degli esempi concreti di una Europa per altro unitaria, i cui paesaggi e abitanti vengono testimoniati dagli obiettivi di Gabriele Basilico e Francesco Jodice.

L’urbanistica come arte di archiviazione

Sanford Kwinter, discepolo di Foucault, approccia le trasformazioni del dopoguerra delle città americane tentando, attraverso l’uso di nuovi termini, la percezione e la restituzione della brutalità di questo paesaggio contemporaneo (documentato nelle foto di AIex S. MacLean), come prodotto della logica speculativa dettata dalle leggi del mercato. Come lui stesso suggerisce, possiamo definire questa approssimazione una “biopsia” che permette - con il prelevamento di alcune cellule tratte da un organismo - di arrivare alla conclusione di un insieme di informazioni in merito a questo stesso organismo. Questa approssimazione non rivendica una verità scientifica, neanche un metodo esauriente, mentre accetta il carattere arbitrario dell’esplorazione che non appartiene più agli specialisti.”L’urbanistica non è più questione di specialisti...”. Il tentativo interpreta criticamente una serie di paradossi del paesaggio americano contemporaneo: la diminuzione dell’intervento statale, la privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, l’aumento della protezione e della sicurezza, l’espansione delle enclave suburbane e del nuovo ordine nella tecnologia delle informazioni, la crescita dei sistemi di “controllo” combinata con le teorie dell’informatica e della cibernetica, i fenomeni dell’urbanizzazione intrafrontaliera, del ruolo regolatore del sistema carcerario, dell’abuso di narcotici e sostanze allucinogene, dell’uso di armi...

Tutto ciò trova espressione paradigmatica a Houston, questa città per eccellenza post-industriale basata sul benessere economico prodotto dalle tecnologie di punta (nella medicina, aeronautica spaziale ed energia).

La Babele dei nomi

Molti sono i tentativi attraverso concetti, parole, termini - una vera Torre di Babele -  di catturare queste realtà sfuggenti. Tentativi di descrizione e interpretazione dei fenomeni urbani e territoriali contemporanei. Parole provenienti dalla sociologia e dalla filosofia (edge city, telepolis, non-Iieux), termini economici (global city), della geografia (megalopolis), concetti e neologismi che tentano di combinare tutto portando la nostra attenzione sulla decodificazione delle trasformazioni urbane contemporanee (città diffusa, generic city, ville emergente, metapolis, hyperville).

Ad ogni buon conto, questo nuovo paesaggio dell’urbanizzazione galoppante costituisce un punto di riferimento per la cultura e la riflessione architettonica contemporanea come manifestano i temi della Biennale, della Triennale ma anche dei Congressi deIl’UIA negli anni Novanta. Un momento di transizione è stato il xix Congresso dell’Unione internazionale degli architetti, svoltosi a Barcellona nella prima settimana di luglio del 1996, sul tema di fondo “Presente e futuro - L’architettura nelle città”, al quale hanno assistito oltre quattordicimila architetti provenienti da tutto il pianeta. In questa occasione, la scelta tematica per il dibattito e per l’Esposizione - curata da Ignasi de Solà-Morales - non proponeva un esauriente sistema di analisi dei nuovi rapporti fra architettura e città contemporanea, ma piuttosto cinque piattaforme (trasformazioni, flussi, insediamenti, contenitori e terrains vagues) quali aree di investigazione della nuova situazione instauratasi.

Tutto ciò indica che non è più possibile rifugiarsi nella comoda tranquillità offerta da impostazioni trite e ritrite, ma che è invece opportuno individuare una nuova situazione che si allontana dalla concezione tradizionale della professione di architetto e dalle modalità di descrizione e di intervento sulla città, prendendo atto: I) dell’inadeguatezza del modello organico-evolutivo e della logica scaturita dal modello razionalista in rapporto alla necessità di far fronte ai fenomeni e agli impetuosi mutamenti della città contemporanea; 2) della velocità/mobilità intesa come sovrapposizione, collegamento e distribuzione fra una molteplicità di flussi; 3) della presenza di zone di sperimentazione e innovazione in materia di spazi abitativi (nuovi gruppi sociali o emarginati, ceti privilegiati e sviluppo dei sobborghi, edilizia alternativa nel terzo mondo, concezione dell’abitazione come interazione fra diversi elementi costitutivi ecc.); 4) della comparsa di nuovi involucri e di nuovi contenitori nei quali paiono esaurirsi la distribuzione e la fruizione rituale della vita pubblica nella moderna società massificata (musei, stadi, centri commerciali, parchi tematici, villaggi turistici); 5) della presenza nelle città di aree scomode, di territori vuoti, abbandonati, obsoleti, non produttivi ma nello stesso momento imprecisi, indefiniti e senza confini chiari (Solà Morales, Costa 1996).

“Telepoli” e “non-luoghi”

Per molti, questo paesaggio è direttamente connesso al raggio d’azione delle tecnologie digitali, che racchiudono il seme di un cambiamento radicale della vita domestica e del concetto di abitazione, principalmente mediante il telelavoro. E quanto afferma Javier Echeverria a proposito della transizione dalla metropoli del xx secolo alla “Telepoli” (città globale, città a distanza), date le nuove forme di interazione sociale che modificano talune componenti essenziali della vita sociale: produzione, lavoro, commercio, finanze, scrittura, corpo, immagine, i concetti di territorio, di memoria, per non parlare della politica, della scienza, della cultura (Echeverria 1994). Secondo il filosofo spagnolo, il termine “Telepoli” riconosce l’esistenza di una differenza tra le classiche forme di organizzazione sociale da un lato (famiglia, gruppi etnici, mondo, nazioni, stati, ecc.), radicate sul territorio e basate sul vicinato o sulla prossimità fra le persone, e una nuova modalità di città dall’altro, in cui le interazioni umane vengono stabilite da cittadini che si trovano a distanza l’uno rispetto all’altro. La “Telepoli” è una città non territoriale o, se si preferisce, de-territorializzata e la sua struttura di base è data da una rete di persone che unisce punti geograficamente dispersi ma collegati tra loro con l’ausilio della tecnologia. Questa nuova città si sovrappone ai centri abitati, alle città e alle metropoli già esistenti, senza provocarne la distruzione ma modificando profondamente la vita domestica di quanti vi vivono, con la creazione di una nuova forma di società aperta che si basa sul concetto di “teleabitanti”.

Se Echeverria illustra in particolare i mutamenti nello spazio della sfera privata dei teleabitanti (ritenendo che lo spazio pubblico della città si sia già trasformato in uno spazio di ricreazione e svago), altri autori, come Marc Augé, rivolgono la loro attenzione proprio a tale spazio pubblico a questo nuovo paesaggio che richiede una nuova ricerca antropologica focalizzata sul problema dell’alterità e delle trasformazioni in atto nel mondo contemporaneo, problema descritto come ipermodernità (Augé 1992).

Augé osserva tre fattispecie di surplus - manifestazione dell’ipermodernità per antonomasia - in base alle quali è possibile tentare di definire l’attuale situazione: sovrabbondanza di tempi e di eventi (accelerazione del divenire storico), sovrabbondanza di spazi (trasformazioni urbane dovute a nuovi sistemi di trasporto e a nuove soluzioni tecnologiche) e individualizzazione dei riferimenti (sistemi di rappresentazione correlati all’identità e all’alterità). Secondo Augé, il concetto di “non-luogo” si riferisce al concetto sociale di luogo come espressione di civiltà inserita nel tempo e nello spazio; pertanto, se lo spazio antropologico tende a riconoscere l’identità, l’interazione e il riferimento storico, allora un luogo che non avesse questi tratti distintivi risulterebbe essere in realtà un “non-luogo”. L’ipermodernità produce “non-luoghi”, luoghi non antropologici, luoghi che non inglobano - in contrapposizione con la modernità - più antichi luoghi della memoria consacrati come tali: i non luoghi sono aeroporti, nuove stazioni ferroviarie, catene di alberghi, parchi ricreativi, reti di distribuzione, reti di telecomunicazioni in due parole, luoghi in cui l’individuo scorge un’altra immagine di se stesso. I “non-luoghi” possono essere spazi naturali ben precisi, ma anche le relazioni stesse che gli individui-viaggiatori instaurano con i “non-luoghi” (vale la pena di ricordare che Augé parla degli spostamenti, del commercio, dello svago, ma non dell’abitazione). Si instaura un processo di mediazione che definisce un legame fra individui e ambiente dei “non-luoghi”, un processo che passa dalle parole e dai testi scritti. Entrambe le impostazioni, pur con le loro notevoli differenze, convergono verso un punto: il primato dell’individuo, protagonista fondamentale di questo nuovo mondo (Augé sostiene che, se gli spazi antropologici hanno creato legami organici, i “non-luoghi” creano una solitudine convenzionale). Naturalmente, entrambe le posizioni hanno notevoli implicazioni di ordine sociale (Echeverria afferma, a proposito del “telecittadino”, che la principale implicazione dei “non luoghi” sarà quella di trasformarlo da individuo passivo in soggetto attivo). Possiamo quindi parlare di una nuova situazione, di nuove condizioni per la progettazione architettonica e urbanistica? Possiamo continuare a farci latori di suggestioni nostalgiche di un passato definitivamente perduto, o non dobbiamo piuttosto affrontare l’ambiente, il paesaggio culturale e artificiale come questi vanno formandosi ora? Quale sarà il ruolo del progetto nelle modifiche prevedibili in ambito urbano, stante la concorrenza fra città diverse?

Interpretazioni europee -La “città emergente”

La “città emergente” rappresenta il tentativo posto in essere da un gruppo di ricercatori francesi nell’intento di decifrare le trasformazioni urbane contemporanee: nell’espansione dei sobborghi, nell’aumento della mobilità e nelle possibilità di scelta fra spostamenti, nel rinnovato concetto di centralità tramite la costruzione di centri commerciali e di cinematografi multisala, nella sempre più intensa separazione fra luoghi simbolici (centro storico) e luoghi di frequentazione nelle rappresentazioni dell’inconscio collettivo, nella nuova relazione fra città e natura o fra città e campagna, nel significato acquisito da concetti quali “effimero” o “transitorio” e nella corrispondenza che essi trovano nell’architettura di centri commerciali, uffici, bar-ristoranti e alberghi, con consolatorie impostazioni scenografiche e storicistiche; o, ancora, nell’impatto dell’informatica e del multimediale sullo spazio pubblico cittadino (Dubois -Taine - Chalas 1997).

In contrapposizione all’omogeneità, alla continuità, all’armonia, la “città emergente” pare preferire la discontinuità, la frattura e le lacerazioni come caratteristiche squisitamente urbane. La città-labirinto, la città dal sottosuolo artificiale tarato sulla funzionalità delle reti di infrastrutture e servizi, e la città naturale in cui ciò che è comune, ciò che è monumentale e le forme urbane riconoscibili non costituiscono più un punto di riferimento condiviso dai cittadini odierni, per definizione eterogenei e differenziati, rimandano al problema della democrazia nel quadro di una condizione urbana, quella attuale, radicalmente diversa rispetto a quante l’hanno preceduta.

La “metapoli”

In questo contesto l’accettazione (più come ipotesi di lavoro) dei termine “metapoli” mostra una realtà che ingloba e al contempo travalica il classico concetto di metropoli. Secondo la definizione di Francois Ascher, “una metapoli è l’insieme degli spazi in cui la totalità o una parte dei cittadini, delle attività economiche e dei quartieri vengono inseriti nel funzionamento quotidiano della metropoli. Una metapoli è costituita in linea generale da un bacino di lavoro, di residenza e di attività. Gli spazi che compongono una metapoli sono sostanzialmente eterogenei e non necessariamente contigui. Una metapoli ha almeno diverse centinaia di migliaia di abitanti” (Ascher 1995).

La differenza fondamentale è quella tra due diagrammi. Il primo, indica - nella geografia urbana - la teoria dei luoghi centrali di Christaller (1933) e rappresenta la distribuzione gerarchica e spaziale delle città; il secondo, indica l’apparizione di un nuovo sistema con polarizzazioni attorno alle metropoli in forma di rete e in scala internazionale con epicentri (hubs) e radianti (spokes), secondo i modelli dei mezzi di trasporto rapidi, in particolare aerei.

E in corso un dibattito tuttora aperto intorno alla relazione della metapoli con la città post-industriale o con l’era post­urbana, ma è comunque chiaro che le nuove tecnologie nel campo dei trasporti e delle comunicazioni che concorrono alla ridefinizione di spazi urbani e extra urbani non comportano la scomparsa delle città. La metropolizzazione e la formazione di metapoli rappresentano forme avanzate di processi di urbanizzazione che seguono ritmi propri e che si basano principalmente su tecnologie e modalità di interscambio. La metapoli costituisce un’ulteriore fase in un processo che, evidentemente, non è né lineare, nè continuo, un’ulteriore forma di urbanizzazione risultante dalle nuove tecnologie di comunicazione, conservazione e trasferimento di beni, persone e informazioni.

“Il nuovo spazio urbano diffuso, in espansione ma frammentario ed eterogeneo, provoca spesso urbanisti e politici perché non risponde più alle tradizionali forme di adeguamento fra vita sociale e diritto territoriale” asserisce Ascher, che individua due diversi modi di porsi davanti al fenomeno: il primo punta alla sua interruzione, abbinata alla restaurazione, al ripristino o quantomeno all’ammodernamento di un più classico modello urbano, quello della tradizionale città europea, compatta, densa e continua; il secondo, invece, mira piuttosto ad affrontare e a gestire la modernità anziché respingerla (Ascher 1997). Il sociologo francese pone l’accento sulla convergenza fra il modello urbanistico della città classica e il modello ecologico e progressista che dà rilievo ai trasporti pubblici, un modello che esprime una nuova, nebulosa alleanza, priva di un’omogeneità intrinseca, ma dotata di un notevole peso politico e ideologico in Europa, al punto tale da trovare ascolto anche in seno alla Commissione europea presso la quale riesce a far passare agevolmente la problematica dello sviluppo sostenibile. In ogni caso, può ritenersi assodato che le telecomunicazioni e i trasporti sempre più veloci inducono distanze all’interno della città, che i giovani vivono a scala sempre meno tradizionale - la scala della prossimità e della vita di quartiere o di vicinanza fra abitazione, lavoro e svago - e che questa nuova modernità andrà affrontata senza riprodurre il modello americano.

Al di là di dati e parametri territoriali la metapoli manifesta una nuova realtà: la globalizzazione della condizione urbana. Manifesta anche lo svincolamento dal peso della storia e forse anche dalla locazione geografica strettamente intesa, il downloading di esercizi formalistici, lo sviluppo di strategie imprenditoriali, l’abbandono dell’autonomia dell’oggetto architettonico, l’ibridazione dei riferimenti culturali, la ricerca per il nuovo.

lncontestabilmente, in ognuno di questi casi - aree degradate, nuove aree periferiche in crescita, metropoli riqualificate, formazioni a carattere metapolitano - un ruolo di primo piano è svolto da fattori locali e, in particolare, dalla capacità degli stessi di mettere a punto strategie collettive, di mobilitare risorse locali allo stato ancora latente, di attrarre nuovi investimenti dall’esterno, di inserire le loro città in una rete e di progettarne lo sviluppo.

Città flessibile e progetto negoziato

Comunque oggi la progettazione urbana della “città flessibile” differisce da quella della “città funzionale’, come sostiene Joan Trullén, a proposito di Barcellona. “La città non viene vissuta come una gigantesca macchina produttiva, le attività produttive non scaturiscono dall’integrazione gerarchizzata nella grande industria e nella grande azienda, ma piuttosto dal confronto fra attività economiche esterne collegate alla città. Più che a strutture urbane gerarchizzate in senso tradizionale, ci riferiamo a centri urbani e a spazi di mediazione. La ristrutturazione delle infrastrutture portuali e ferroviarie e la progettazione di reti stradali che inglobano le nuove tendenze dello sviluppo danno adito a una nuova realtà territoriale e contribuiscono alla globalizzazione della città, all’emergere del ruolo nevralgico che essa può svolgere nel bacino del Mediterraneo” (Trullén 1996). In ciascun caso, sia che si tratti di rinnovo di quartieri degradati, o di riconversione di aree industriali e di ammodernamento di infrastrutture (portuali e ferroviarie), o ancora di nuove forme di urbanizzazione, si ripropongono invariabilmente alcuni aspetti: l’intreccio fra scale di intervento diverse e fra diversi tipi di azione e di fattori, l’importanza del fattore economico, architettonico, gestionale, l’interesse manifestato per i trasporti pubblici, l’importanza attribuita all’orizzonte temporale degli interventi, l’arricchimento in termini di innovazioni e di impostazioni metodologiche. Oggi più che mai, la partita delle città, nel territorio europeo, si gioca su vasta scala, a livello di studi urbani. Naturalmente, per poter attuare qualunque processo di riqualificazione tramite una strategia di intervento si impone una rivisitazione di alcuni ruoli stabiliti in precedenza. Nell’epoca del “pensiero debole” e, secondo molti, del “governo debole”, sono le convenzioni della retorica, della persuasione e della contrattazione a stabilire le nuove regole di legittimazione di ogni progetto architettonico, e ancor più urbanistico, che interessi il magma eterogeneo delle varie comunità che compongono le società urbane. Per avviare quindi qualunque studio urbanistico di una certa importanza, una condizione irrinunciabile è ottenere un consenso culturale fra tutti gli agenti chiamati a concorrere alla realizzazione del progetto (enti statali, municipali, privati, società di costruzioni, ricercatori, gruppi di interesse — le comunità locali, come si suole chiamarle). In tale direzione, quella del progetto negoziato, alcune forme di lavoro e di esecuzione di studi, come la convocazione di consulenti specialistici, l’organizzazione di concorsi, seminari di progettazione e workshop, paiono più appropriate rispetto alla preparazione di progetti nel chiuso degli uffici tecnici o rispetto alla definizione degli interventi dall’alto. Per il momento, questa nuova dimensione politica — spesso denominata con il termine “progetto urbano” — sembra di essere acquisita piuttosto nel continente europeo.2

Riflessioni

La trasformazione della città esistente, le modalità seguite dall’espansione in periferia e le infrastrutture tecniche costituiscono il nuovo paesaggio del moderno impegno per la progettazione e lo sviluppo. L’interrogativo fondamentale  riguarda le tipologie di mentalità progettuale atte a caratterizzare la ri-progettazione di queste aree urbane degradate o nuove. Dobbiamo forse riempire questi spazi con nuovi programmi, o piuttosto tutelarli, prestando attenzione all’unicità del loro paesaggio? Dobbiamo porci davanti a queste aree nell’ottica della continuità del tessuto urbano, o riconoscerne piuttosto il carattere discontinuo e frammentario, che forse ci spingerà verso altre pratiche progettuali, come ricorda Joan Busquets (Busquets 1996). Le città, i territori urbanizzati contemporanei richiedono dunque un intervento ordinante e di decongestionamento dei loro tessuti urbani, che ponga l’enfasi sullo spazio pubblico o forse piuttosto un’intensificazione che, di fatto, comporterebbe la creazione di uno spazio pubblico introverso e, forse, di grandi oggetti all’interno della città, in vista delle teorie della bigness? Quali sono i vincoli che scaturiscono dalla particolarità di ogni situazione, dal suo “genio latente”? Oggi, più che mai, le nostre città non possono essere catturate nello sguardo-dal-campanile. Le dodici città, le metropoli raccontate in queste pagine, sono paesaggi attraversati, in questo giro del secolo, da dodici “viaggiatori” preparati, forse anche insospettiti per quello che sta accadendo...

Ci confrontiamo con città che sono cambiate radicalmente dai tempi industriali; che sono differenti dalle città capitali della prima rivoluzione industriale e della Grosstadt teorizzata e pianificata dall’inizio del secolo sulla base di un progetto di razionalizzazione della città come unità produttiva. La nozione di megalopofis — di Jean Gottman — negli anni anni Sessanta è ben diversa da quella di città globali — di Saskia Sassen — negli anni Novanta.

Ecco allora perché, oggi, più che mai, l’architetto-viaggiatore diventa un “detective dello spazio”, accanto a quegli artisti, fotografi, cineasti che documentano con i loro media le realtà circostanti, ”i territori che cambiano” dove bisogna agire; le mutazioni in corso che mettono in crisi saperi e strumenti disciplinari...

Shanghai,Valparaiso,Tunisi, Beirut, Singapore, Mosca, Pechino, Tokyo, Calcutta, Luanda, Taipei, New York sono “metropoli” - o forse metapoli - “quotidiane” della globalizzazione e delle sue declinazioni: utopia della verticalità e negazione del suburbio, stratificazioni e terrains vogues, nomadismo e sedentarietà, immagine mitizzata e urbanità in rovina, flussi immateriali e paesaggio originario, continuità e omologazione, totalitarismo soft e struttura urbana aperta, nuovi luoghi simbolici e metropoli territoriale, giovane densità e antica cultura, precarietà (a)normale e decomposizione incipiente, luoghi di consumo e centralità urbane, metropoli Babele-Babilonia. Certo, stiamo vivendo una nuova situazione, una nuova condizione urbana, con tutti i paradossi compresi. Certo, ci siamo allontanati da concetti prestabiliti, datati, addirittura non operanti, perchè fondati su una idea di città o dell’urbano tradizionale che se è vero che scompare nell’ambito della globalizzazione galoppante (vedi Pearl River Delta e Lagos), è altrettanto vero che emerge anche nei territori europei, pensati come resistenti da alcuni, cioè come più propensi a una certa visione urbanistica...

Infatti, qui sta il significato di Mutations, al di là delle critiche, in quanto mostra e documenta questa varietà di situazioni, questa moltitudine non facilmente recuperabile da un discorso classico… ma anche la diversità della situazione europea rispetto aIl’urbanizzazione asiatica, africana o americana, proprio a causa di un passato prossimo, di una sostanza sedimentata, per non dire di una o più tradizioni (Boeri 2000). “Come spiegare il paradosso in base al quale l’urbanistica, come professione, è scomparsa proprio nel momento in cui ovunque l’urbanizzazione — dopo decenni di costante accelerazione — si accinge a sancire il definitivo ‘trionfo’ mondiale della condizione urbana?” (Koolhaas I 994). Koolhaas sembra aver accettato il duplice ruolo di architetto-progettista e di architetto-ricercatore (vedi il gioco tra OMA e AMO). In questo senso e attraverso una istituzione come Harvard osserva con attenzione i fenomeni in corso, inventa nuove parole per descriverli, teorie per recuperarli e renderli attuali... Qual è Io sfondo di questo discorso se non quello di decostruire le mentalità vigenti, incapaci di assumersi il carico del confronto con la realtà? Ebbene, ecco il Delta del Sud cinese o la megalopoli africana, documentate, analizzate, descritte, teorizzate...

Da queste osservazioni emergono concetti e nozioni più fluide, meno rigide che non vengono mai ribadite, discusse, proposte come piattaforme operanti per varie ragioni culturali e politiche... Dove sta però la novità, se mettiamo da parte Io shock di una cultura borghese euro-occidentale? Cosa possiamo dire però alla gente di Lagos? Che la vostra megalopoli è bella perché tutto sta in deriva? Che non avete nessun problema perché comunque Lagos funziona? Che così saranno tutte le altre metropoli mondiali nel prossimo futuro? E i senzatetto “naufraghi della globalizzazione” (Bonomi 2000)? I profughi del socialismo smantellato? Le infrastrutture ingombranti? Il recupero dell’industrializzazione abbandonata? Le nostre periferie scadenti, senza servizi? La perdita dello spazio pubblico, risucchiato nello schermo/monitor privatizzato? Forse oggi, più che mai, di fronte a questa situazione globale inquieta è la stessa nozione eurocentrica del progetto che va completamente ridefinita.

David Harvey, in un testo sintetico ma altrettanto denso, ci propone una serie di problemi chiave, rapportati a dei miti paralleli che meritano un’analisi per comprendere cosa potrebbe essere la vita urbana nel xxi secolo, anche nelle nostre “metropoli quotidiane”. Il decimo, riguarda “la definizione di politiche che sappiano gettare un ponte tra le varie eterogeneità senza reprimere le differenze”, questa è, secondo le sue parole, “una delle sfide più grandi per l’urbanizzazione del xxi secolo” (Harvey 200I). Questo, ma anche gli altri dieci - il miglioramento delle città come l’unica vera strada per migliorare le condizioni economiche della massa della popolazione; la produzione di diversi ordini e strutture spazio-temporali come momenti attivi all’interno di processi sociali; il riconoscimento che le nuove tecnologie hanno aperto nuove possibilità di urbanizzazione; l’invocazione di un utopismo vivo dei processi dalle politiche di emancipazione in contrapposizione a quello morto della forma urbana spazializzata; che la creazione della ricchezza dipende dal perseguimento della giustizia sociale; che la globalizzazione sia in realtà un processo geografico e storico diseguale; che l’idea della comunità è una configurazione instabile in rapporto ai processi conflittuali che la generano; che la trasformazione delle relazioni socio-ecologiche in un ambiente urbano debba essere un processo costante del cambiamento socio-ambientale; che I’urbanizzazione ha sempre portato con sé forme creative di opposizione, tensione e conflitto che non possono e non devono essere repressi; che le politiche ambientali devono prestare la stessa attenzione alla qualità degli ambienti costruiti come quella che oggi si riserva a un ambiente “naturale”, la cui separazione è del tutto falsa e immaginaria — offrono un quadro di riferimento per le nostre ipotesi. Un quadro anche di termini, parole e pratiche che usiamo per descrivere, per agire, per leggere, per instaurare una complicità con Io spazio vissuto...

           Note

  1. In più, Nadia Tazi penetra nelle pieghe di internet e del cybers pace; Hans Ulrich Obrist tura il tema del ‘rumore” nelle città; mentre Jean Nouvel, ha cercato di mettere in scena queste ricerche e di introdurre l’esperienza dello spettatore in questo grande spettacolo audiovisivo (film, video, fotografia, suoni, rumori) nello spazio impressionante dei magazzini del Museo d’arte contemporanea di Bordeaux (Arc en réve, novembre 2000-aprile 2001). Cfr. Koolhaas et al. 2000.

 

  1. La stessa tesi è condivisa anche da lgnasi de Solà Morales in uno dei suoi ultimi testi, dove diversifica tra l’architettura delle metropoli (l’architettura dei grandi professionisti e dei grandi progetti), l’esperienza del “progetto urbano” europea, il formalismo ermeneutico di matrice americana, e l’innovazione portata dal lavoro di OMA (basato sui concetti della bigness, della genericità. e della neo-avanguardia). Cfr. Solà Morales 2001.

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