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Intervista al Prof. Enzo RULLANI (by Mario Mangone)

Intervista al

Prof. Enzo RULLANI

(Economia della ConoscenzaTeDIS- Venezia)

15 Luglio 2008

 

La globalizzazione ha cambiato il mondo e noi abbiamo bisogno di occhiali nuovi per capire quali sono gli spazi in cui possiamo muoverci. C'è questa mutazione, questo cambiamento col nostro territorio, con lo spazio che tende ad inibire le soggettività ed in una parola questa versione della globalizzazione recita così: “…il Mondo è dominato dai mercati e dalle tecnologie,  ormai siamo tutti in un grande calderone,  dove il potere della persona del singolo,  della singola idea,  del singolo territorio,  si riduce giorno per giorno…”. Ebbene questo modo di vedere la globalizzazione,  trascura il fatto invece,  che c'è tutta una serie di ragioni, per cui in questo grande spazio, che si è creato a livello mondiale,  noi abbiamo la possibilità di far costruire delle soggettività  che hanno spazio di azione,  spazi di ideazione,  spazi di comunicazione e di stare insieme; in un certo senso è proprio una certa  confusione tra le varie epoche storiche,  che ci rende impossibile capire questo,  proprio perché ci immaginiamo come modello standard,  quello appunto fordista,  cioè il modello in cui lo “Stato”  esercitava una sovranità a livello del capitalismo nazionale o in un area più grande,come poteva accadere agli Stati Uniti    

L'Impero d'Occidente, in contrapposizione a quello d'Oriente, a sua volta,  governato da un impero sovrano,  cioè l'Unione Sovietica.

Ebbene la figura dello Stato,  che così massicciamente,  in qualche modo mediava i conflitti,  regolava i comportamenti e negoziava,  con le varie parti sociali, quello che si doveva fare,  ci rimanda  oggi un immagine dello Stato che ha ancora sovranità, cioè un potere che sta sopra, verticale, ed inibisce i soggetti e nel momento in cui questo potere viene consegnato al mercato, alla tecnologia della globalizzazione.

Tutti noi ci sentiamo ostaggi di questo potere e ci pare che l'unica cosa sia riscoprire gli stati nazionali, il protezionismo, un pò il Grande Fratello che ci manca.

Invece non è così, perché la globalizzazione non è fatta, come dire,  dalla dilatazione di un potere globale,è fatta invece da tutta una situazione che  ha superato gli ambiti nazionali e quindi ha svuotato la sovranità,  smontato la verticalità di queste vecchie organizzazioni.

 

 

Noi oggi invece ci troviamo in una situazione in cui l'effetto globalizzazione è dovuto da una serie di fattori che hanno facilitato il contatto tra una serie di territori,  a prescindere dalla sovranità,  e a prescindere anche dal potere. Non che non ci sia potere in questo spazio supercontinentale mondiale che si sta organizzando, ci sono tanti poteri che si fondono tra loro,  ma non c'è un grande potere che li sovrasta, se non che questa cosa tocchi all'Onu o alla Banca Mondiale, che sono appunto non dico dei poteri ornamentali,  ma comunque di contorno,  rispetto al nucleo duro,  il nucleo duro è composto da varie soggettività,  da varie micro-sovranità,  che si sovrastano e si annullano l'una con l'altra. Questo spazio è tenuto insieme dal fatto che le conoscenze viaggiano ormai attraverso reti, noi abbiamo reti cognitive di scienza, che rende la conoscenza globale, chiunque è attrezzato e ormai l'attrezzatura costa poco.  Si è attrezzato per conoscere le conoscenze scientifiche in giro per il mondo, è in grado di catturarle di farle proprie e quindi questo vale per i paesi avanzati,  ma anche per quelli nuovi. Tutti i paesi emergenti hanno una grande capacità di catturare le conoscenze attraverso le reti della scienza e della tecnologia.  Quindi comprando macchine e attraverso le reti dei must- media,  comprando significati, narrazioni, simboli che girano per il mondo e rendono questo mondo unitario,  anche se poi è sfaccettato in altri mondi dal punto di vista della storia della cultura e della politica,  allora questa unificazione che nasce dalle cose,  senza che qualcuno l'abbia progettata,  noi la viviamo come una cosa che ci toglie la capacità di essere soggetti di questo mondo,  ma questo è un modo ingiustificato, è un modo di proporre il vecchio schema,  per cui chi sta nel centro acquista sempre più potere e chi sta in periferia lo perde. Per cui ci aspettiamo che si comandi in un mondo più grande, ci aspettiamo che chi  abita nel paese più grande (non per niente misuriamo sempre la popolazione, misuriamo sempre il PIL, nelle città più grandi, quindi non pensiamo per niente che il potere sia a New York o a Londra o in queste megalopoli del terzo mondo che stanno nascendo adesso),  pensiamo sempre che in qualche modo il grande comandi sul piccolo e il centro sulla periferia. Ma questo sottovaluta il fatto che nelle reti della conoscenza, nelle reti della comunicazione globale e anche nelle reti della scienza, il centro ha via via, un potere sempre minore sulla periferia,  perché queste reti è vero che sono in mano alle città globali, che gli standard sono fatti dalle grandi aziende, però tutti questi standard, queste capacità di comunicazione, hanno un potere abilitante per chi sta nella periferia, per i soggetti sparsi, che prima stavano nella periferia, che prima non contavano niente,  perché non erano in grado di catturare le conoscenze, che stavano nei centri. Mentre oggi , con queste reti , possono invece catturarla, possono inserirsi , quindi il senso di questa trasformazione dello spazio è la riscoperta della capacità dei soggetti periferici di inventarsi delle cose nuove, di diventare centro,  di muoversi, di avere uno spazio di libertà , di sperimentazione, naturalmente non tutti , e non per  tutti c’è una sperimentazione buona. 

 

C'è chi la sperimenta inventando delle cose nuove che poi vengono vendute , c'è chi fa delle idee della cultura un punto di forza, c'è chi fa dell' organizzazione criminale il suo punto di forza, qualcuno poi in questo modo di queste unità periferiche utilizza le reti a seconda di quella che è la sua idea, la sua visione del mondo e la costruisce a sua immagine e  somiglianza e allora noi vediamo che l'Italia diventa tante Italie, quella di Roma, di Milano che sono due città globali, dove conta molto il potere delle reti, cioè tutto cerca di essere dentro questi circuiti di comunicazione, che legano molto le cose,  ma poi abbiamo anche l'Italia dei distretti, l'Italia della campagna, le piccole aziende che stanno nelle piccole cittadine,  che  conterebbero niente, se non ci fossero le reti globali, che le rimettono al centro del loro settore,  perché fanno spendere le loro capacità in tutto il mondo , non in un ambito piccolo, fanno fare le economie di scala, fanno diventare una cittadina come Monte Belluno una cittadina di calzaturieri mondiali, una cittadina come Castel Goffredo uno dei centri mondiali delle calze da donne.

Tutta questa capacità, di chi prima viveva in una periferia senza colore e ignota ai più nel  mondo e poi è stato messo in circolazione dall'esistenza di queste reti che permettono anche al piccolo, se ha una idea , anche al locale, di diventare qualcosa di globale e di mondiale e quindi abbiamo l'esplosione delle mille Italie. C'è Roma, c'è Milano c'è Bologna , tutto il sistema emiliano che mischia questa tradizione rossa con le piccole aziende e c'è il Veneto che ha una tradizione bianca di queste piccole aziende e c'è il Sud che è un' altra realtà ancora, in cui gli elementi della tradizione si mescolano in un altro modo con l'economia, qualche volta assumendo delle valenze geniali , creative, qualche volta sfruttando delle leve che rendo diffidenti gli italiani, verso questo tipo di realtà, quindi noi in fondo vediamo che la globalizzazione,  avendo rotto le vecchie gerarchie,  ha messo in moto il sistema e che ognuno sta maturando un colore, una visione, una epistemologia differente, ma non lo sta maturando da sola con singoli individui  o singole imprese , ma nemmeno singole realtà locali, perché abbiamo detto oggi che per far valere una singola idea, uno deve avere una  rete mondiale.

 

Allora credo che il grande passaggio che si debba fare per riconoscere questa soggettività è il passaggio dalla comunità locale, di territorio, che tu non scegli perché ci sei nato, ci sei cresciuto, la tua azienda è lì, ha fatto sempre le cose lì, e quindi poi anche se esporta è sempre una azienda di Prato, di Monte Belluno, è un azienda della Brianza,di tutte queste realtà locali che sono appiccicate addosso e non ti sei mai posto il problema di essere diverso a un altra cosa, un altra cosa che possiamo chiamare con un parolone comunità epistemica,  che si fonda sul fatto che condividiamo tutti una stessa idea e non che viviamo sullo stesso territorio e allora è vero che queste comunità epistemiche possono nascere nello stesso luogo, ma poi si diffondono nel mondo,  perché gente che condivide la tua idea la puoi trovare a Torino, Milano. Roma a New York, a Napoli, a Palermo, magari è una minoranza e a Palermo non conta nulla,  però fa parte di questa comunità, che sta nelle altre città, che rilancia di significati che fanno delle cose insieme,  che si trovano ad un certo festival,  che guardano tutti lo stesso film e si parlano attraverso le comunità virtuali in internet. Allora c’è tutto un ritessere il mondo, a partire da queste idee che sono comuni e condivise.  Vogliamo un idea banale di questa cosa, ad esempio slow food nasce in un posto nei suoi territori.  però poi qual'è la sua idea,  che la modernità non va consumata con la velocità,  ma che contiene degli spazi di libertà,  che vanno assaporati, che vanno gustati,costruiti insieme,  a cui vanno dati dei significati a allora questo ritrovare il “senso” di questo nostro vivere, in un mondo moderno,  che ci permette queste libertà,  che una volta non potevamo avere,  perché nel mondo di una volta si doveva fare fatica, sudore sulla fronte,  non vi era tempo di pensare a certe libertà;  ebbene questi spazi acquisiscono un colore e un disegno attraverso questa creatività della comunità epistemica.  Ora io credo che questo sia il grande passaggio, che sia al Nord che al Sud vada fatto.  Noi abbiamo adottato delle comunità locali, ricche di significati,  ma che non sono ancora delle comunità globali e allora dobbiamo in qualche modo ritradurre quello che portiamo dietro dalla nostra storia, che non è un idea solo nostra,  è un idea che può propagarsi, che anche altri possono accettare,  che possono far proprie e attualmente sull'idea che le nostre idee attrarranno o non attrarranno,  noi saremo grandi. Saremo periferia il Made in Italy è un deposito di queste idee, la moda ha dimostrato cosa possiamo fare, se tu vendi uno stile di vita, un’ idea di vita e lo costruisci attraverso i bozzetti, le scarpe, i vestiti,  ma dietro c'è uno stile di vita,  tu puoi trovare dei fans che riconoscono questa cosa,  che la apprezzano,  che la pagano in tutto il mondo. Tu puoi cominciare da un posto, ma poi quell'idea si propaga e alla fine è più importante la rete globale dove si radica l'idea, che il posto da cui si propaga. Ma noi questa cosa con il  Made in Italy lo possiamo fare in molte cose, pensiamo già solo alla casa, oggi abbiamo un pò di produzioni sparse,  artigianali, piccola industria,  che partono dagli infissi, alle tegole, alle piastrelle, al bagno, agli arredamenti, ai tessuti per i divani, al mobile e sono tutte cose sparse,  perché abbiamo in mente i singoli oggetti,  ma non l'idea, l'idea qual'è?  L’idea del buon abitare, cosa vuol dire una casa dove si abita bene,  dove si vive in armonia con l'ambiente, che requisiti deve avere una casa del genere ? Allora lì ci puoi integrare la ………  dentro, ci puoi integrare impianti di sicurezza, ci puoi integrare il sistema della città, che deve esser una città non ostile, una città amica, una città aperta che quindi ha bisogno anche di una sua struttura sociale di certe regole sociali .

 

 

Allora ricostruire la città ideale e partire dalle nostre città mediterranee, partendo dalle nostre città mediterranee, per dire cosa deve recuperare dalla nostra storia per essere città ideale, in cui ci può credere anche l'americano,l'australiano e chi l' ha detto che l'americano deve credere a New York ?  Chi l'ha detto che il suo ideale debba essere Los Angeles? Potrebbe essere,  quando spende fior di quattrini, a comprare le Ville nel Chianti, quando viene a cercare il brivido dell'arte della storia.  Noi abbiamo tante cose a cui pensare da costruire, ma abbiamo bisogno in qualche modo di trovare fede in noi stessi, ma vuol dire anche la stessa industria metal meccanica che è un'industria che fornisce macchine, componenti, lavorazioni, idee a gran parte dei produttori mondiali,  che hanno bisogno di componenti, che hanno bisogno di queste cose,  un pò  personalizzate,  un pò creative.

 

Un idea aggregante è l'idea del Global Service, in un mondo complesso io servo il cliente e faccio delle cose di cui mi assumo  la responsabilità, lo sgravo di tutta una serie di problemi e poi se io non so fare  questa cosa, creo una rete dietro di me, di altri, una filiera di artigiani, piccole imprese professionisti,  di consulenti, che mi permettono di fare questo piccolo miracolo e quando torno a casa mi permetto di farlo, perché ho dietro di me un retroterra, ma anche questo è un modello produttivo,è la produzione modulare,  noi abbiamo già delle produzioni modulari,potremmo farne un modello , tutte queste nostre industrie nascono con l'idea che l'insieme  è molto più forte che il singolo pezzettino e allora quest'idea possiamo rivenderla anche in termini di presenza nel mondo. Allora comunità epistemiche è un punto d'arrivo,  io credonelle comunità epistemiche in ciascuna delle nostre città.  Noi troveremo non una idea,  ma dieci idee,  magari contrapposte magari opposte,  ma non dobbiamo avere paura dell'opposizione,  perché l’opposizione si inibisce muore e si paralizza se sta dentro a un recinto, ma se noi ciascuna di queste idee la vediamo come un pezzo di qualcosa di più ampio e che trova aderenze da altre parti, allora in una città non c'è paura se ci sono 10 idee contrapposte e poi si inizia a tessere e chi ha più filo tesserà,  e chi non ha filo girerà a vuoto nella sua poca capacità di padroneggiare l'insieme delle cose.

 

 

La costruzione delle comunità epistemiche, appunto non è una cosa che nasce in laboratorio, dentro uno spazio chiuso ma nasce dal basso,  anche tra i contrasti ed i conflitti,  anche le opposizione che sono un punto d'inizio forte, perché confliggendosi si cresce, anche reciprocamente e si va a cercare gli alleati che non si andrebbe a cercare fuori, se invece uno avesse il dominio del proprio spazio, ma proprio perché sei contrastato nel tuo spazio,  vai a cercare gli alleati fuori, quindi la prima idea che dobbiamo avere è che ciascuna città si deve aprire ad altre città e questo vale per il Nord e per il Sud e in funzione di questa apertura di queste città, ciascuna micro comunità locale deve cercare i suoi referenti esterni, facendo crescere nella città dieci storie,  non solo una storia,  sola dieci futuri possibili,  non un futuro solo,  proprio perché si va a cercare fuori degli alleati,  delle possibilità e poi si vedrà,  quali di queste storie cresceranno e quali saranno inibite e non cresceranno.

Ora proprio perché si comincia a lavorare su questa trama che non è una trama precostituita e chiusa,  ma è aperta e legata con queste mobilità delle idee e delle persone da un posto all'altro da un luogo all'altro e poco legato al termine di napolitanità o milanesità. Ma io sto a Napoli e credo in questa cosa e vai d'accordo con uno di Milano,  che crede anche lui in questa cosa e non è perché io sono napoletano che sono diverso da lui. Una volta che unifichiamo le nostre idee e proprio perché queste città stanno vivendo questa fase, vediamo che le città hanno una reazione differente all'evoluzione della globalizzazione .

 

Vediamo Milano che cerca di diventare città globale, con tutti questi tentativi di ricollocarsi nel terziario avanzato nel mondo,  dopo essere stata la città che serviva l'Italia settentrionale con poche proiezioni internazionali. Allora c'è bisogno di riqualificare questo ruolo di servizio a livello globale, proprio perché Milano a quel punto, proprio l'Italia ha bisogno di vedere il servizio come una cosa,  con un grande bacino di utilizzo,  perché solo così produce produttività,  solo così cresce il servizio,  solo così diventa comparabile a ciò che c'è in America o in Francia,  quindi abbiamo bisogno che alcune città vadano in queste direzione,  cioè si qualifichino come  poli in certi campi mondiali di servizio e Milano sta facendo uno sforzo per andare in quelle direzioni ed abbiamo una resistenza che conosciamo, ma vede quell'epoca.

 

D'altra parte Torino è uscita da un’epoca come dire di fordismo,  in difficoltà,  ne è uscita però alla grande quando la Fiat è stata proprio così in difficoltà e questo ci dice qualcosa, sul fatto che proprio la manomissione di certi confini,  apre lo spazio alla città del nuovo,  perché il nuovo non si può cercare, finche il vecchio in qualche modo domina la scena,  quindi che la crisi fa bene che la crisi libera nuove energie.  Però certo che Torino anche nel momento in cui esce non diventa uguale a Milano,  cerca la sua strada, che può essere molto diversa da quella di Milano,   perché sono molto diverse hanno caratteristiche e quindi anche delle comunità, dei fili di colore diversi.

 

Venezia, il Veneto dall'altra parte che ha una realtà differente distrettuale, cresciuta in campagna e poi in contrapposizione a Venezia che è nata come città globale diventando poi città turistica, anzi la città più locale d'Italia, ha una storia diversa il Veneto e questa storia di riportare in sintonia Venezia con i distretti non è altro che creare una comunicazione, di un' idea di questo Made in Italy, che nasce nei distretti,  che diventa idea globale perché è la vetrina globale di questo Made in Italy,  che diventa comunità epistemica e si vede,  si riconosce più a Venezia che nei singoli paesi,  che nessuno conosce quindi questo tentativo di portare Venezia in rapporto con la campagna e per la campagna di usare questo palcoscenico globale che è Venezia è la creazione di questa rete globale che è Venezia. Il tentativo di trovare una trama per cui il Made in Italy diventa più simbolico più ricco di significati si lega di più non al prodotto, ma alla sua parte immateriale.

 

Ma questo vale anche per Bologna,  con questa tradizione emiliano-romagnola che è molto diversa da quella del Veneto,  anche dal punto di vista politico e dell'industria,  questa industria metalmeccanica e anche questa della casa delle piastrelle è un volto così potente vitale,  un eccellenza mondiale, che a sua volta ha bisogno di elementi simbolici.  Allora lì abbiamo la Ferrari,  abbiamo un' altra costruzione,  un 'altra strada diversa,  io credo sia legittimo immaginare tante strade diverse. Roma è un 'altra realtà. 

Ancora la Toscana,  ma sarebbe troppo lungo fare la lista,  ma vuol dire che anche nel meridione dovremmo iniziare a ragionare così.

 

Non c'è il meridione,ci sono tante realtà differenziate, ciò sono tante vie differenti e tante idee  in competizione tra loro e allora io credo che sia proprio la liberazione delle idee,  che ci permette di pensare,  che se una parte di Napoli è fatta in un modo,  l'altra parte è fatta in un altrove,  che ciascuna di queste due idee di Napoli ha una sua chance,  l'idea buona e quella cattiva,  quella che ti lega al mondo e quella che  ti separa.  Diamogli una chance,  permettiamogli di crescere, troviamogli degli alleati nelle altre città che condividono la stessa idea,  creiamo una trama che supera i territori e che diventi globale. Io penso che una collaborazione tra territori non si possa più fare in termini di uno scambio banale, del tipo quello che si era pensato quando non c'era l'Est e la Romania o la Cina,  che siccome nel nord ormai il lavoro mancava,  perché si era esaurita la riserva di lavoro,  c'era il lavoro ed era al sud.   Allora esportiamo le fabbriche al sud, non si può più fare ormai,  se esportiamo una fabbrica va o in Romania o in Cina in Turchia,  in Malaysia ormai non si fa più al Sud,  che ha un costo di lavoro superiore ad altre parti e allora tra nord e sud, noi dobbiamo legare le idee saranno baricentriche in certe,  città e minori in altre,  ma questo non c'entra perché se poi l'idea va,  tu costruisci in ogni città un pezzo di mondo,  che appartiene alla globalizzazione e poi da lì,  da cosa nasce cosa  e poi dipende dall'ingegno che in una città c'è e della capacità dei cittadini a livello locale di far valere a livello locale il loro diritto di occupare il territorio,  nei limiti in cui portano lavoro e sono capaci di dimostrare che portano tutti insieme nell'economia globale .

 

Io credo che il vostro progetto Mondonapoli vada in questa direzione,  perché cerca di catturare delle idee che non sono legate alla napolitaneità,  ma ad un vivere il mondo di cui anche Napoli fa parte.