COLLI AMINEI PROJECT PLAN

Piano Regolatore del Comune di Napoli -1939

PREMESSA

Perché parlare dei Colli Aminei? Forse per capire se  esiste un nostro o personale  strumento interpretativo, su un “enclave”, una  zona cuscinetto, posizionata tra altre forti  identità urbane,  come quella  di  Capodimonte, o   l’area nord di Napoli, oppure come   il centro storico di Napoli e quello delle colline urbane, tra cui il  Vomero. 

Infatti  risulta difficile considerare il quartiere dei Colli Aminei degno di commenti, evocazioni, fortemente identitari, spesso sfugge come una veloce anguilla dal corpo tipico di un linguaggio fortemente radicato nella memoria stratificata nel tempo, per posizionarsi nel nostro senso comune,  come una sorta di indifferente nuvola (cloud),  attraversata da tutto e da tutti, ma della quale non rimane nessuna traccia. I Colli Aminei si attraversano. Al massimo si può vivere, ma non si può abitare e viceversa.  Ma lì dove nulla sembra ci sia da ascoltare o vedere,  spesso si possano delineare nuovi punti di vista  e conseguentemente  nuove  scelte o decisioni.    

Tutto ciò ci mette al centro di questa strana  posizione, come quella di chi si ferma nel grande flusso del vissuto urbano, per rilevare ciò che non si vede, non si sente e non si tocca; perché possiamo sicuramente considerare l’area dei Colli Aminei frutto del grande salto, per quanto degenerato, dell’indifferente modernità urbana, di qualcosa che sembra non lasci tracce, se non nel semplice istante del suo attraversamento, funzionale ad andare verso qualcosa o per fermarsi a fare qualcosa (dormire, studiare, abitare, curarsi, ecc.). Insomma il cosiddetto, classico “quartiere residenziale”, dove il tempo fluisce con le sue regole, le sue pratiche, impartite da altri, spesso sconosciuti, senza memoria, aduso solo a seguire le grandi tracce del narcisismo consumistico. Questa è la faccia della sua strana “modernità”, uno spazio nello stesso tempo circoscritto e ben identificabile fisicamente, ma scarsamente radicato nell’immaginario comune e consolidato dei napoletani.

Quindi è proprio attraversando lo spazio analitico sui Colli Aminei che mettiamo in gioco la nostra capacità di de-strutturare il nostro linguaggio, la nostra capacità di attestarci intorno alla grande crisi nella percezione della realtà, provocata od ulteriormente accelerato dalla crisi pandemica.  Da una parte dobbiamo ancora usare ancora i versi arnesi, me nello stesso tempo svilupparne di nuovi, completamente decentrati rispetto alle vecchie centralità, anche narrative appunto.

Allora abbracciamo pure un’analisi cronologica e storicamente conseguenziale, ma è proprio in questo passaggio che dobbiamo intravedere, vecchie faglie, mai rivelate, lesioni sistemiche e strutturali mai considerate, per poi aprirsi verso nuovi scenari analitici, imprevedibili, per le potenzialità e le prospettive che apre.

 

SESTO CAPITOLO

IL DOPOGUERRA E LA SCELTA DELLA CITTADELLA UNIVERSITARIA

Ex-città universitaria ed il  nuovo policlinico

( di Vezio  Emilio De Lucia e Antonio Jannello - Urbanistica N.65 – 1976, pag. 45-46).

“…Le collusioni dei pubblici poteri con i massacratori delle città continuano, alla luce del sole. La legge di approvazione del piano regolatore del 1939, come si è detto, stralciava le previsioni della nuova stazione ferroviaria e della città universitaria nella zona dello Scudillo. Intorno a quest`ultima zona si accendono gli appetiti dei mercanti di aree. Il 20 ottobre 1964 il reverendo Goffredo Giordano ¬ legale rappresentante del Collegio missioni estere S. Francesco Saverio - chiede alla Sezione urbanistica regionale (organo decentrato del Ministero dei lavori pubblici) a quale destinazione debba considerarsi sottoposta un'area contigua a quella dell'ex-città universitaria. Nove giorni dopo, il 29 ottobre, l’ufficio risponde che l'area che sta a cuore al reverendo risulta destinata “alla realizzazione di uno stadio sportivo circondato da ampie zone libere, evidentemente riservate ad attrezzature sportive complementari”. Inoltre, data la disposizione della rete stradale che circonda il comprensorio in esame, le attrezzature sportive “non possono che considerarsi pertinenti ed a servizio della città universitaria immediatamente adiacente al comprensorio stesso” e per questi motivi decide che  “il perimetro dell`ampia zona indicata come città universitaria oggetto del capoverso B dell`art. 1 della legge 29-5-1939, n. 1208, di approvazione del piano regolatore generale di Napoli, comprende anche il comprensorio” che interessa il colleggio Missioni estere.

Ecco che, con il semplice parere di un funzionario, si ottiene la modifica di una legge: il primo passo è fatto. ll secondo passo, quello decisivo, è possibile grazie alla sapiente collaborazione dell`avvocato capo del comune di Napoli. Questi, in risposta ad un quesito circa la possibilità di rilasciare licenze nella zona dell`ex città universitaria, stralciata dall`approvazione del piano regolatore vigente, facendo ampio sfoggio di dottrina giuridica, conclude esprimendo il parere “che possano consentirsi costruzioni nella zona destinata dal piano regolatore a costruzione della nuova città universitaria [...] e che i progetti edilizi vadano esaminati alla luce delle disposizioni del vigente regolamento edilizio". E cosi diventano edificabili tanto l'area già destinata a città universitaria, quanto quella già destinata ad attrezzature sportive che, a differenza della prima, non era stata certamente stralciata dall`approvazione del piano del 1939. In prossimità dell'ex-città universitaria si decide, nel 1964, di impiantare la nuova facoltà di medicina di Napoli una storia che meriterebbe molte pagine. Qui ci limitiamo a dire che non si tratta di una facoltà di medicina, ma di un ospedale - anzi di un insieme di cliniche autonome, senza servizi comuni, ma con una costosissima ed inutile duplicazione di attrezzature - progettato per accogliere il maggior numero di degenti e per incrementare quindi le tangenti dei baroni sui ricoveri:

nella clinica medica vi saranno solo 1.064 mq destinati alle attività didattiche, circa 1.000 mq a laboratori, contro 7.500 mq per degenze e 886 mq per gli annessi servizi. La direzione occuperà 324 mq e disporrà di una stanza per le visite effettuate personalmente dal direttore. Mentre la biblioteca, che dovrà servire migliaia di studenti e decine di assistenti, occuperà solo 312 mq, con una capacità di ricezione di 200 nuovi volumi all'anno, fra libri e annate di riviste. Non si può fare a meno di sottolineare che con 200 volumi all'anno sarà piuttosto problematico tenersi al corrente sulle ricerche di medicina generale che si tengono nel mondo. Ci si può consolare, però, al pensiero che la clinica avrà 252 posti-letto, invece degli attuali 120, e che quindi gli introiti potranno svilupparsi proporzionalmente, Per la clinica ortopedica la situazione non e diversa. Anche in essa, stando alla lettura del progetto. il personale sanitario dovrà essere più impegnato a curare malati (i posti-letto previsti sono 169 per 4.500 mq adibiti a locali di degenza) che a studiare, ricercare ed insegnare. La biblioteca, infatti, avrà una capacità di ricezione di 50 nuovi volumi all'anno, tra libri e annate di riviste; la sala di consultazione e di studio avrà un’ampiezza di 18 mq di poco maggiore cioè di quella dei gabinetti di decenza che si estenderanno su 12 mq. L’attività didattica non pare destinata a sviluppi di rilievo: con un organico di un direttore e 44 assistenti si prevedono, infatti. tre ore di lezione e tre di esercitazioni settimanali, esattamente il minimo, cioè, previsto dalla legge. L`aumento quindi dei posti-letto da 97 a 169 non è finalizzato, come i clinici sostengono, alle esigenze didattiche.

Queste, ed altre denunce sono riportate in un “libro bianco" sull`edilizia universitaria di Napoli, stampato a cura dell'organismo rappresentativo degli studenti e delle associazioni dei docenti incaricati e degli assistenti dell'università, che denuncia anche come, con lo spostamento della facoltà di medicina dal centro storico ad una periferia irraggiungibile, si persegua l'obiettivo di smembrare l”ateneo, facendo fallire pregiudizialmente ogni ipotesi di coordinamento e di organizzazione universitaria per "dipartimenti". Ma la denuncia più clamorosa riguarda l’incremento  di valore delle aree site in prossimità del nuovo policlinico. Il libro bianco elenca - senza commenti - i dati essenziali di 18 atti notarili di compravendita di suoli; protagonisti di tutti gli affari sono í Signori Enrico Verga e Corrado Ferlaino: il primo è il figlio del preside della facoltà di medicina, il secondo e un noto speculatore che, seguendo l`esempio di Achille Lauro, diventa presidente della squadra di calcio napoletana. Costoro comprano a meno di mille lire al mq. e rivendono ad oltre 25 mila lire al mq. mentre l'ufficio tecnico erariale accerta, per alcuni dei suoli venduti, valori fino a 125 mila lire al mq. Intorno alla nuova città universitaria che, con la sua enorme torre dei laboratori di biologia è ormai una realtà che ha  modificato  il paesaggio di Napoli”, nelle zone di Cappella dei  Cangiani, Fosso Sgambati, Pigna, Cupa S. Domenico, ecc. dilaga la speculazione degli anni `6O che,  come vedremo. non è   arrestata neanche dai provvedimenti di maggior vigore nel rilascio delle licenze, che diventano indispensabili quando, sotto il peso immane dei nuovi fabbricati, il suolo napoletano comincia a cedere.

L'anno di moratoria

La frana di Agrigento - luglio 1966 - segna una svolta decisiva nella storia dell'urbanistica italiana: lo sdegno e l`emozione suscitati dall’ “indagine Martuscelli” (vedi Urbanistica 48) sono enormi, e colpiscono ampi strati dell`opinione pubblica. ll dibattito che si apre nel paese e in parlamento sui fatti di Agrigento è coronato dall’approvazione della cosiddetta “legge ponte" (6 agosto 1967, n. 765) che dovrebbe aprire la strada alla riforma urbanistica: un “impegno prioritario e irrinunciabile”, e sempre disatteso, dei governi che si succedono alla guida del paese. ll prezzo che si paga per l'approvazione della legge ponte è il famigerato anno di moratoria.

Dal 1° settembre 1967 (data di entrata in vigore della legge) al 31 agosto 1968 (scadenza dell’anno di moratoria) l’Italia è inondata di licenze. Sul finire dell'agosto 1968 l'attività degli uffici tecnici e delle commissioni e frenetica. Sono stati accertati infiniti casi di licenze edilizie che, in data 31 agosto, sono state presentate al comune per l’approvazione, “istruite” dagli uffici tecnici comunali, esaminate ed approvate dalla Sovrintendenza ai monumenti e dal Genio Civile, discusse in commissione edilizia e firmate dal sindaco!

Un'indagine condotta dal Ministero dei lavori pubblici e dall’Istituto centrale di statistica rivela che nell'anno di moratoria sono state rilasciate licenze per otto milioni e mezzo di vani residenziali, quasi il triplo della media annuale di vani autorizzati nel decennio precedente.

A Napoli dal settembre al dicembre '67 non viene rilasciata neanche una licenza per nuovi vani residenziali; dal gennaio al luglio vengono rilasciate licenze per 16 mila e 500 vani; nell'agosto, i vani autorizzati sono 41 mila, oltre 400 mila i mc. di costruzioni non residenziali. Nel complesso, l’anno di moratoria costa alla città 57.771 nuovi vani residenziali e 688.628 mc. di fabbricati per altre destinazioni.

Prima dell'anno di moratoria il comune aveva dato qualche segno di ravvedimento, decidendo di rendere pubbliche le licenze edilizie e i provvedimenti repressivi che timidamente cominciava ad adottare; fra il 1964 e il 1966 era sensibilmente calato il numero delle licenze edilizie: ne furono rilasciati 1.450, meno della metà di quelle autorizzate nel triennio precedente. Sembrava l’inizio di una svolta, ma durò poco. Dopo l'anno di moratoria la speculazione edilizia non si ferma. Saturate le zone sottoposte alle varianti al piano regolatore del ‘39 (Posillipo orientale, Drizzagno,  Vomero-Arenella, Posillipo  occidentale, Fuorigrotta e Capodimonte) il cemento dilaga verso la cappella dei Cangiani, devastando quanto incontra lungo il cammino…”