Flavia Cavaniglia tra Mediterraneo e Graphic Design

INTERVISTA ALLA GRAPHIC DESIGNER   FLAVIA CAVANIGLIA (PICTURE ART)  
a cura di Mario Mangone 

Incontriamo la vulcanica graphic designer napoletana Flavia Cavaniglia, nel suo studio laboratorio di grafica, presso Via Vittoria Colonna, n.14, in un elegante palazzo napoletano di fine ottocento, ad angolo con la famosa Piazza Amedeo.  

Anticipiamo la nostra discussione con un bel caffè, tanto per mettere benzina sul fuoco, per innescare un ritmo ancora più incessante sulla sua storia artistica, perché di “arte” si parla quando affrontiamo il lavoro di Flavia.  Personalmente l’ho conosciuta nell’ormai lontano decennio degli anni’80, da quando nella sua esplosiva bellezza, frequentava il gruppo di amici in Via Manzoni presso la vineria “Quelli di Giovanni”, grande ceppo generazionale storico, da cui sono emersi molti nomi della vita artistica e culturale napoletana. Sicuramente quello è il primo marchio subito dalla nostra designer, un coacervo di fermenti giovanili molto estremi e radicali. Nulla a che vedere con la creme generazionale dei figli di papà di Via Manzoni. Da quella radicalità ho estrapolato questo personale privilegiato rapporto di collaborazione, da cui non mi sono più staccato, innanzitutto per la stima ed affetto che rivolgo verso Flavia, ma fondamentalmente perché negli anni abbiamo sviluppato una sinergia ed affinità progettuale notevolissima, per cui ci bastano due parole tra noi e tutto ci risulta subito chiaro.  

 

Allora Flavia, cerchiamo  di fare chiarezza sul tuo percorso professionale, sul come hai costruito il tuo linguaggio grafico ed artistico, cercando sempre di collocare questa evoluzione nel contesto in cui hai vissuto e cioè quello napoletano. Quindi   andiamo alle origini.   

Inizio col dire, che il mio percorso professionale è iniziato subito dopo la maturità. A diciannove anni non sapevo ancora che cosa potevo fare, sicuramente disorientata dalla realtà napoletana, che riteneva il grafico fosse una figura prettamente maschile. Ma avevo la convinzione, formazione paterna, secondo cui una personalità singola può contrastare le idee e i preconcetti della cultura che lo circonda. Erano gli anni ‘80 e con la produzione di massa tutto si fece più frenetico e la ricerca di un’identità visiva divenne la prima condizione da soddisfare per un grafico. Trovare una strada lontano dalla rigidità degli schemi era vitale e molti designer si emanciparono conducendo una crociata per ufficializzare una visione stilistica personale.

Il mio linguaggio grafico iniziò a trovare un’identità attraverso lo studio approfondito della scuola del  Bauhaus, o meglio del  Staatliches Bauhaus, che come in molti sanno è stata una scuola di arte e design che operò in Germania dal 1919 al 1933, durante la Repubblica di Weimar. Attraverso quegli insegnamenti,  mi posi infatti l’obiettivo di unificare arte e tecnica. Il suo corpus disciplinare, mi ha insegnato a considerare aspetti psicologici, linguistici, economici e visivi di ciò che progettavo. Quello che oggi un buon visual design non può esimersi dal fare.

Infatti poi la tua relazione con la scuola, si concretizza in una specifica specializzazione in Arti Applicate e Sezione Arti Grafiche, in particolare attraverso l’insegnamento del Prof. Pandolfi.

Sì, l’Istituto d’arte di Napoli è stato per me una scuola di vita. Oltre alla formazione professionale con tecniche di stampa (litografia, calcografia e serigrafia),come anche  quelle di realizzazione, mi ha insegnato ad allenarmi con il disegno, che  ti costringe a una sorta di meditazione, mettendo in equilibrio la propria personalità. Ti costringe a fare attenzione a ciò che stai guardando, che non è una cosa facile. Ricordo di aver disegnato il primo anno, per quasi un mese una mela, ma il mio fantastico professor Vittorio Pandolfi, passando tra i banchi mi diceva “…non ci siamo ancora non ha anima questa forma…”, ma io non capivo, in quanto per me era solo una mela. Ho compreso poi che bisognava lavorare sodo, prima sulle proprie conoscenze e convinzioni, attraversare i dubbi e concentrarsi sulla personale visione delle cose, sviluppando così la propria creatività.  Era un esercizio di stile, ma allora non l’avevo ancora capito.

Il Professore Pandolfi mi ha sempre sostenuta, non perché fossi particolarmente brava, ma ammirava la mia tenacia, infatti riteneva ciò un atteggiamento giusto per riuscire ad essere una brava professionista, come mi diceva spesso. Infatti è stato lui a suggerirmi, finito il mio ciclo scolastico, ad uno studio pubblicitario di Napoli, lo Studio Fabris, per poi  inserirmi come grafica nel loro organico progettuale.

Quindi devo a lui il mio “mestiere”, parafrasando  B. Munari in “Arte come mestiere”.  

Infatti questa teoria del “mestiere”,  come si trasferisce poi nella tua esperienza professionale;  so che  poi hai lavorato come art-visual in molti studi. Che fine fanno i tuoi  studi? Che tipo di rapporto avevi all’interno di queste agenzie? Come free- lance? Insomma come si lavorava?

Mi fai una domanda complessa per un designer napoletano.  Non posso elencare tutti gli studi con cui ho collaborato nell’intera mia storia professionale, perché  ti annoierei. Il mio curriculum è di almeno sei pagine e questo spiega l’operosità che bisognava avere a Napoli in quei tempi per poter intraprendere il mestiere di grafico e guadagnare. Ne elenco qualcuno. Dopo lo Studio Fabris, ho lavorato come art directory alla Perreca-Cartellonistica studio di grafica. Dico art directory, ma in realtà ero impegnata in diversi ruoli. Questo termine e questo ruolo, negli studi partenopei erano ritenuti linguaggio e figura aliena. Ma è stata un’esperienza formativa perché avevo il compito di progettare tutto, dalla A alla Z. La comunicazione visiva in generale di importanti ditte di Napoli e nazionali, per poi farla realizzare alle scelte competenze. Avevo contatti con stampa e operai specializzati e questa esperienza mi è servita moltissimo, perché senza la realizzazione in  stampa dei progetti grafici, quest’ultimi non hanno anima.

Poi   presi la decisione di lavorare come free-lance e mi licenziai, contro il parere della mia famiglia che auspicava per me un posto fisso. Iniziai con l’OCTA, poi ARKE poi MASSA Editori, ELECTA, CUES di Salerno, URMET di Roma ecc.. Dunque il motore della progettazione era partito autonomamente, con fatica, avendo la giusta retribuzione per ogni progetto realizzato.  Facevo leva sulle informazioni contrattuali che mi passavano gli amici emigrati a Milano, ben pagati, ma svuotati della vivace creatività che solo la mia città poteva garantire. Allora decisi di aprire una ditta Individuale l’AUBER GRAPHIK e quindi una partita IVA. Insomma, nasce una nuova avventura, un altro Don Chisciotte napoletano.                               

Poi nel 2002 fondi Zoone-Studio di comunicazione visiva e raggiungi, in piena autonomia, il focus della tua maturità professionale, che si dispiega in che modo? Quali sono state le esperienze più interessanti?

Veramente io di società non ne volevo sapere. Con la nascita di mia figlia Marta, allestii il mio studio a casa, avevo già contatti con agenzie dedite all’organizzazione di convegni ed in particolar modo con te, amico e grande  anticipatore e pioniere di progetti futuristi come: “Metropoli Mediterranea”,  la nostra partecipazione all’Esposizione Contemporanea Palazzo Italia Area Expo ‘92 di Siviglia, alle attività dell’Ass. Gron o della grande rete mediterranea del Copamed, come   di tanti altri progetti comuni e ne approfitto, per ringraziarti,  perché hai creduto nelle mie capacità progettuali e non considerarla una sviolinata. Ritornando a ZOONE sas, mi fu offerto di dividere uno studio,  bellissimo con vista mare, da un amico fotografo

Alfonso Grotta, con  grande still life. Dopo alcuni lavori insieme decidemmo di fare questa società. Con lui ho imparato molto bene il programma, usato spesso  dai grafici, come photoshop; lui lo usava magistralmente perché era ormai iniziata l’era digitale, anche se con la sua Hasselblad  lavorava ancora in modo proficuo.   Il mio stile grafico (anche se è irrilevante uno stile preciso), intanto diventava sempre più minimale, se cosi si può dire; sottrarre, “less is more” (il meno è più)  era il mio motto, non eccessivamente creativo (una parola che odio perché troppo spesso viene usata a sproposito) ma strutturato, non paragonabile ad uno stile solo napoletano, ma per meglio dire più europeo più internazionale. E questo stile di grafica era supportato da studi di riviste che affollavano la mia libreria. Non si smettere mai di imparare nel nostro mestiere.

Oggi come descriveresti il ruolo del linguaggio grafico nel contesto attuale? Ci sono dei contesti più prolifici? Se sì perché?

Bella domanda. Per non cadere nella retorica che già tutto è stato fatto, visto e detto, il linguaggio grafico attuale è una rivisitazione della storia visiva passata, una sorta di restyling continuo, ovviamente è una mia personale analisi. Sicuramente con l’avvento di nuove tecnologie è stato possibile estrarre, isolare, l’idea di progettazione dal contesto. I cambiamenti di stile in genere sono legati a fattori economici.

Se come grafico lavori da molto tempo, hai il problema di come comportarti. In fondo, ognuno di noi sviluppa un suo vocabolario, una forma che è solo propria.

Ma scusami, ora mi sto allontanando dalla tua domanda,   in fondo è perché in questa esplosione dell’informazione,  di mercificata comunicazione visiva non ci sono contesti prolifici, forse solo il mondo del web, potrebbe sviluppare un nuovo codice grafico ovviamente, un nuovo strumento per interpretare i nostri tempi.    

Napoli da questo punto di vista può esprimere qualcosa in più, o di specifico, in questo settore? Se sì in che modo?

Napoli che dire, è una città che vive come vivono gli invisibili. Ma quando meno te l’ho aspetti sa rinascere con idee a dir poco rivoluzionarie. I grafici, i visual design napoletani hanno ancora una forza creativa e una diffusa preparazione, visto i grandi maestri e scuole che affollano il territorio. Sanno con maestria usare i mezzi telematici, ma anche prendere in mano una matita per schizzare un’idea, proprio come faceva Picasso. Non siamo legati, e posso confermarlo, all’etica nel campo del design. Qundi questa città potrebbe esprimere di più, ma sinceramente vedo una grande assenza delle nostre istituzioni, lo so che è un postulato banale, ma con un capitale umano cosi variegato (grafici, architetti, pittori ecc) artisticamente parlando, si potrebbe dare più spazio territoriale, puntare ad esempio ad un’officina della arti  applicate, con  rilevanza internazionale, visto che noi dinosauri di questo settore scompariremo e le nuove generazioni non avranno a disposizione un bagaglio storico adeguato. Ma sono di parte, non dovevi farmi questa domanda.

Allora passo all’ultima domanda. Sei stata impegnata ultimamente alla progettazione del logo della radio web di Raffaele Cascone www.medradiohub.com , come hai affrontato il tuo discorso progettuale?

Per prima cosa a me piace chiacchierare con il committente devo capire cosa vuole e quali sono le sue aspettative, una sorta di seduta psicologica.

Ho preso l’essenziale, quello che mi ha portato a scegliere il font, il carattere per meglio dire. Il logo design è una mia specialità.

Un tempo disegnavo i caratteri tipografici, era faticoso, ma sapevo quello che facevo. Ora scegliere i font tra milioni e milioni di soluzioni è una ricerca spigolosa.

Ho compreso che la composizione tipografica doveva essere, vista la lunghezza del nome “Mediterranea”, compatta. Un grafico nel mio caso deve interpretare un linguaggio specifico, semplificare e studiare gli spazi tra il fondo e la composizione tipografica. Ho scelto un font moderno, con rotondità che al loro interno racchiudono forme che simboleggiano architetture mediterranee. Con i colori ho evidenziato, la forma ovale con la sigla della radio e terra, proprio come un richiamo da un altro pianeta. WRHM – Web Radio Hub Mediterranea chiama terra!

L’appropriatezza di un logo è subordinata alla sua capacità di raccontare quello che deve raccontare. Per finire vorrei solo aggiungere, che nel campo della grafica progettuale la fase più avvincente è l’atto del disegnare, perchè si diventa coscienti di quello che stai guardando solo attraverso il tentativo di disegnarlo. Ed è per questa ragione che ho iniziato a disegnare con varie tecniche pittoriche e realizzare pezzi unici anche di arte digitale.

Allora Flavia, grazie per la Tua disponibilità, ti chiedo solo di  rimanere in attesa di miei nuovi inviti o sfide nel campo del linguaggio, per affermare ancora di più, come Time Experience, il nostro contributo nel campo della comunicazione, conficcata in  questa complicata transizione epocale.

Eccomi, sono già pronta. Un altro caffè?  

 

 

 

 

 

 

File allegati