La "nuova intelligenza" di Alessandro Baricco

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da Alessandro Baricco 

https://www.ilpost.it/2021/03/09/baricco-mai-piu/

Mai più, prima puntata

«Esiste un’intelligenza non novecentesca? La stiamo formando da qualche parte, in qualche scuola, in qualche azienda, in qualche centro sociale? Abbiamo ragione di pretendere che emerga in superficie nella gestione del mondo, e di pretenderlo con una rabbia pericolosa?»  

(E di questa altra morte quando parliamo?, la morte strisciante, che non si vede. Non c’è Dpcm che ne tenga conto, non ci sono grafici quotidiani, ufficialmente non esiste. Però ogni giorno, da un anno, lei è lì: tutta la vita che non viviamo, per non rischiare di morire. Meno male che non la stiamo contando, che non la misuriamo in numeri: non riusciremmo a guardarli, dal disastro che racconterebbero, farebbero impallidire quelli già tragici della prima morte, gli unici che abbiamo la forza di guardare negli occhi. Contiamo i cuori che si fermano negli ospedali, ma non quelli che se ne vanno, che semplicemente se ne vanno. E di questo commiato silenzioso, mansueto, collettivo, generale, vertiginoso, scandaloso, quando parliamo?

Adesso.

Ciò che sta succedendo è che umani capaci di vivere non lo fanno più. Non viaggiano, restano a casa, lavorano senza incontrarsi, non si toccano, non si occupano dei loro corpi, conservano pochissime amicizie e al massimo un amore; da tempo riservano al solo ambiente famigliare, notoriamente tossico, gesti come abbracciarsi, lasciarsi guardare in faccia, dividere il pane; disponendo di artisti capaci di generare emozione e bellezza, non li incontrano più; possiedono bellissime opere d’arte ma non le vanno a vedere, e musica raffinatissima che non vanno ad ascoltare; non mandano più i figli a scuola, e d’altronde neanche a fare sport, feste e gite; non escono dopo il tramonto, quando è festa si chiudono in casa. Stanno dimenticando, a furia di non farli, gesti che ritenevano importanti, o quanto meno graziosi: applaudire, urlare, andare lontano, insegnare girando tra i banchi, limonare con qualcuno per la prima volta, andare dai nonni, suonare uno strumento per un pubblico, discutere con gente di cui puoi sentire l’odore, ballare, fare una valigia, andare a sposarsi accompagnati da tutti quelli che ti vogliono bene, giocare a bowling, scambiarsi il segno della pace a Messa, uscire da casa senza sapere ancora dove andare, camminare in montagna, respirare nel buio di un cinema, tenere la mano a qualcuno che muore. Sistematicamente, e con grande determinazione, predicano la solitudine, la scelgono e la impongono, come valore supremo: lo fanno anche con coloro a cui non era destinata affatto, come i ragazzi, i malati e le persone felici. Completano questa grandiosa ritirata dal vivere facendo un uso massiccio e ipnotico di oggetti, i device digitali, che erano nati per moltiplicare l’esperienza e ora risultano utili a riassumerla in un ambiente igienizzato e sicuro. Per concludere: vivono appena.

Ufficialmente è una decisione lucida, razionale. Sorpresi da una pandemia, rinunciano a vivere per non morire.

Ma non è così semplice, come l’ingorgo logico dovrebbe costringere a capire.

Mi prendo la responsabilità di provare a descrivere la cosa in un altro modo: una certa ottusa razionalità meccanica si è a tal punto fissata sulla soluzione di un problema, da perdere di vista il quadro più complessivo della faccenda, vale a dire quel che chiamiamo il senso della vita. È già successo ripetutamente con le guerre del secolo scorso: l’ossessiva applicazione razionale alla soluzione di un problema (lì spesso era politico/sociale) portava regolarmente a un crollo del valore della vita umana e a una colossale mortificazione del diritto all’esperienza e alla felicità. È un errore che conosciamo, è generato dall’indugiare eccessivo su un frammento, nell’incapacità di avere uno sguardo generale, più alto, più dall’alto. Un deficit di intelligenza. Può portare a veri disastri quando si smetta di ascoltare la vibrazione del mondo, il suo respiro reale, e si finisca per fidarsi solo di quegli avatar che chiamiamo numeri. Di solito, quando ciò accade, ci si appella alla grande capacità che gli umani hanno di soffrire. Tatticamente è una mossa feroce, ma corretta. Detta un compito, inevitabile e giusto. Così soffriamo, ubbidendo, di questo soffrire, ognuno a modo suo, in ordine sparso, ormai logorati, sempre meno lucidi. Di tanto in tanto troviamo sollievo nel pensare, nel ragionare, trovandovi una radura clemente, socchiusa in questo strano viaggio.

Rimesse in sella dalla pandemia, le élites novecentesche se ne stanno ben salde ai tavoli di comando della cosa pubblica, dirigendo le operazioni strategiche contro il virus. Ancora una volta si stanno esibendo nel loro numero preferito: there is no alternative, il famoso TINA. Qualsiasi cosa decidano, la ragione per cui lo fanno è sempre la stessa: non c’è altra possibilità.

Ma è vero?

Per cercare un risposta, prendiamo un esempio circoscritto. Una decisione tra le altre. Chiudere le scuole. Mentre scrivo, ad esempio, in Piemonte, dove vivo, si sta decidendo di chiudere le scuole di ogni ordine e grado per le prossime tre settimane. Spiegazione: there is no alternative. Ma è vero? Più o meno credo di sapere la risposta: se costruisci la scuola in quel modo, se ti fidi di quella particolare comunità scientifica, se gestisci una Regione in quel modo, se disponi di un sistema sanitario fragile, se l’educazione ti sembra meno essenziale che la produzione del reddito, allora è vero: non c’è alternativa, devi chiudere.

E adesso concentriamoci su quel se.

La figura logica è chiara: se io sbaglio una serie di gesti, arriverà un momento in cui fare una cosa sbagliata sarà l’unica cosa giusta da fare. Traduciamola nel nostro contesto: quella che per brevità chiameremo intelligenza novecentesca non trova soluzioni che non siano obbligate perché quel che sta giocando è un suo finale di partita, la posizione dei pezzi è da tempo determinata da strategie decise nel secolo corso, i pezzi persi non si possono più recuperare, e la stessa postura mentale del giocatore non è adatta a giocare contro un avversario che, invece, muove con una tattica completamente nuova.

Risultato: there is no alternative.

Dato che la cosa porta inevitabilmente a enormi sofferenze collettive, in buona parte gratuite, diventa un gesto di necessaria rabbia sociale interrogarsi su un punto che ormai, per quel che capisco io, è diventato IL punto: esiste un’altra intelligenza, più adatta alle sfide che ci aspettano? Esiste un’intelligenza non novecentesca? La stiamo formando da qualche parte, in qualche scuola, in qualche azienda, in qualche centro sociale? Abbiamo ragione di pretendere che emerga in superficie nella gestione del mondo, e di pretenderlo con una rabbia pericolosa?

Tutte queste domande ne portano in grembo un’altra, istintiva, quasi naturale: non è che per caso l’intelligenza che stiamo cercando è in realtà sotto gli occhi di tutti, ha già preso il potere, e non è altro che quella che chiamiamo intelligenza digitale? Siamo quindi presi in trappola nella morsa tra Draghi e Zuckerberg? Is there any alternative? Vorrei provare a scrivere un testo, su queste cose. 

https://www.ilpost.it/2021/03/17/baricco-mai-piu-due/

Mai più, seconda puntata

«Educhiamo i giovani a una situazione che poi, nella vita vera, quasi non si dà: gestire una realtà che resta ferma. Risolvere problemi che non cambiano regole. Trovare significati che sopravvivono inalterati a generazioni di umani completamente differenti. Lo vedete il culto della permanenza, l’ambizione a fermare il mondo, il bisogno di fermezza? Lo riconoscete il ponte Morandi?»

Si diceva dell’intelligenza novecentesca, e di certe sue sequenze decisionali destinate a generare sofferenze collettive che invece potremmo risparmiarci. Vogliamo capirne qualcosa di più, tanto per evitare di staccare accuse vaghe, buone solo per sfogare un po’ di rabbia? Proviamo.

Per quello che posso sapere io, sono almeno quattro i blocchi che rendono l’intelligenza novecentesca ormai inadatta a gestire la realtà, o quanto meno questa realtà.

Primo. È un’intelligenza che ama lavorare con soluzioni stabili e di scarsissima flessibilità. Se organizza porzioni di realtà, sceglie sistemi che le assicurino una certa permanenza, e non le importa che abbiano una capacità di adattamento. Ipotizza sempre che il problema sia fisso, fermo, stabile: risolverlo significa inchiodarlo lì. Così l’efficienza di una soluzione si misura sulla sua capacità di azzerare l’instabilità del reale, o quanto meno di regolarla, o almeno di nasconderla. Non può sfuggire un certo tratto fiabesco della faccenda.

Secondo. È un’intelligenza che si fida di una particolare forma di sapere: quella specialistica. Anche qui è facile sentire il riverbero di un’illusione rischiosa: pensare che nella realtà si pongano problemi che si possono risolvere risalendo a un sapere particolare, circoscritto. Secondo questa intelligenza, per fare un esempio, un mal di schiena va curato da un medico, e preferibilmente da un medico specialista della schiena. La cosa può assicurare certi buoni risultati, ma l’idea stessa che esista qualcosa che si chiama schiena, isolabile dal resto del reale, e un sapere ad essa dedicato, però incapace di giudicare ad esempio una poesia, ha qualcosa di talmente riduttivo da apparire offensivo.

Terzo. È un’intelligenza che procede a partire da alcuni principi solidissimi, che adotta come precetti indiscutibili e che non riesce a cambiare se non con cicli lentissimi. Provo a spiegarmi. Non è un’intelligenza pragmatica, che cerca semplicemente la soluzione migliore, no. Lei ha bisogno di un principio (per dire, la democrazia) e poi è molto abile a dispiegare sistemi logici (sequenze di decisioni sensate) che sgorgano quasi in modo necessario da quel principio: per difenderlo, per tramandarlo, per migliorarlo. La cosa che non sa fare è cambiare quei principi: porli in discussione, immaginare di abbandonarli. Lo fa, ma con cicli, ripeto, lunghissimi. La cosa non sarebbe grave in un mondo che cambia lentamente, ma diventa un evidente handicap nel momento in cui il mondo si mette a correre.

Quarto. È un’intelligenza che si crede razionale, che fonda la sua forza sulla convinzione di agire secondo razionalità. Qui l’errore è doppio: credere, cartesianamente, che esista un’intelligenza razionale (che si possa capire e gestire la realtà con il solo meccanismo della ragione) e credere, in sovrappiù, di esserne una perfetta espressione, aliena da qualsiasi rigurgito irrazionale. Un cavallo convinto di essere un unicorno farebbe gli stessi due errori: credere di essere un’altra creatura e per giunta una creatura che non esiste.

Bene. Vogliamo provare ad aprire queste quattro scatole e guardarci un po’ dentro, per capire meglio? Magari facendoci aiutare da questa esperienza, lugubre, della Pandemia?

Primo. Sistemi stabili, poco flessibili. Pensate alla Scuola (sì, mi piace scriverlo con la S maiuscola). Perché alla fine una mostruosità come chiudere tutte le Scuole di ogni ordine e grado può apparire perfino sensata? Perché la Scuola (figlia integralmente dell’intelligenza novecentesca) è un sistema immaginato per presidiare stabilmente la realtà, e non è stato costruito per avere una certa flessibilità. È un sistema muscolare, non adattativo. Se il mondo intorno cambia drasticamente, lui non ha modo di reagire: la cosa più sensata è chiudersi a riccio. Si è anche provato, scossi dalla Pandemia, a chiedergli un po’ di elasticità, con proposte quasi commoventi, nella loro modestia: entrare scaglionati a diversi orari, prolungare l’anno scolastico fino a fine giugno, cose così. Ma come si è visto, il sistema non era in grado di sopportare neppure delle oscillazioni così ridicole. Il fatto che siano sembrate ostacoli insormontabili, dà un’idea del grado di agonia strutturale in cui il mondo della Scuola è scivolato. Cemento armato, ponte Morandi – siamo in quella zona lì. L’unica oscillazione che si è concesso il sistema-scuola è la DAD. Ma è istruttivo notare come non si sia immaginato nient’altro che versare meccanicamente le stesse cose che si facevano in aula dentro il contenitore dei device digitali. Non un orario cambiato, non un programma cambiato, solo la cieca ostinazione nel cercare gli stessi risultati con una tecnica completamente inadatta a ottenerli. Solo sistemi fondati su una sorta di eroica forza ottusa possono pensare di trasportare in DAD le ore di educazione fisica senza neanche pensarci un attimo.

Lo vedete il cemento armato?

Dietro a simili rigidità lavorano scelte che vengono da lontano e che sarebbe stupido scambiare per una forma di stupidità. Sono, al contrario, una forma di intelligenza, solo diventata inattuale. La stessa, purtroppo, che la Scuola contribuisce a riprodurre, in una coazione a ripetere che stiamo pagando carissima. Se pensate a cosa insegniamo, a Scuola, e al modo con cui lo facciamo, riconoscete facilmente quello stesso culto della permanenza, del muscolare, del cemento armato che abbiamo visto arrendersi alla Pandemia. È l’intelligenza novecentesca che continua a partorire se stessa. Lo fa perpetuando l’idea, tutta sua, che conoscere la realtà significhi riportarla a un ordine e a una stabilità esenti da caos. A una catalogazione che non lascia scampo. A un’immobilità controllabile. La Scuola sta ancora lì a cercare di produrre giovani capaci di fare quel gesto. Se prendete due materie totem come matematica e latino, in qualche modo riassuntive dei due rami portanti della formazione delle élites, vi riconoscerete perfettamente il training che si immagina ideale per formare le nuove classi dirigenti: esercitarle a capire come funzionano porzioni di realtà che sono state sottratte a qualsiasi divenire, che sono compiute in sé, eternamente stabili e completamente impermeabili a varianti soggettive e oggettive. Sono, tutt’e due, discipline sublimi che ad altissimo livello diventano gesti di pura visione e libertà, ma ai livelli in cui le si può approcciare in un normale corso di studi sono nient’altro che un’educazione all’inevitabile, al già scritto, all’immobile. L’espressione lingua morta rende bene l’idea. Così educhiamo i giovani a una situazione che poi, nella vita vera, quasi non si dà: gestire una realtà che resta ferma. Risolvere problemi che non cambiano regole. Trovare significati che sopravvivono inalterati a generazioni di umani completamente differenti. Lo vedete il culto della permanenza, l’ambizione a fermare il mondo, il bisogno di fermezza? Lo riconoscete il ponte Morandi?

Quando invece un’intelligenza non novecentesca saprebbe che educare significa proprio preparare all’instabilità. Che il sapere è riservato a intelligenze sufficientemente leggere e veloci da riallineare le regole note all’ignoto del reale che cambia. Che la conoscenza è un gesto sempre instabile, e morbido, coincide con l’arte dell’adattamento, e alla fine è riassumibile nella capacità animale e intuitiva di vedere figure provvisorie dove disponiamo solo di frammenti, che per di più non stanno fermi. Per un’intelligenza del genere la flessibilità dei sistemi educativi non sarebbe un trucco astuto per sopravvivere nei giorni di tempesta, ma la regola per avere un senso nei giorni di bel tempo. Non c’entra il bisogno di reagire bene alla Pandemia. Prima di qualsiasi emergenza, un sistema educativo dev’essere flessibile, o non è niente. Dev’essere capace di adattarsi con una certa velocità alle mutazioni del reale, o non è niente. La flessibilità non dovrebbe nemmeno essere una sua caratteristica, ma più radicalmente la sua tecnica costruttiva. Dovete immaginare la cosa con tutta la radicalità di cui siete capaci. La vera flessibilità non lavorerebbe mai con materiali rigidi come la classe, le materie, il professore di una materia, l’ora di scuola, i programmi ministeriali, i libri di scuola. Se vogliamo dirla tutta, non perderebbe nemmeno tempo a pensare che una gigantesca Scuola pubblica, identica ovunque, possa essere una buona idea da cui partire.

E comunque. Dicevo della Scuola per fare un esempio. Ma potete pensare ai teatri, o alla sanità, o al fisco. Diciamo che la Scuola scotta particolarmente perché durante la Pandemia è stata una disfatta. Ma il punto da tenere a mente è comunque: sistemi troppo stabili, incapaci di flessibilità. Quindi sistemi non adatti a impattare bene con qualsiasi emergenza e soprattutto a scaricare a terra una vera energia nei giorni normali. Se ne può uscire? Sì, se ne potrebbe uscire, ma purtroppo non ci affidiamo alle intelligenze capaci di farlo. E qui si passa al punto due: il culto ostinato del sapere specializzato.

https://www.ilpost.it/2021/03/22/baricco-mai-piu-tre/

Mai più, terza puntata

«Continuiamo a metterci nelle mani di un’intelligenza che procede per sistemi poco flessibili, sotto la spinta di saperi che non comunicano, senza l’energia di rivedere i propri punti d’appoggio concettuali e intorpidita dal mito leggendario della razionalità»

Dicevamo dei quattro blocchi che, mi sembra, rendono l’intelligenza novecentesca ormai inadatta a gestire la realtà, o quanto meno questa realtà. Il primo era quello della mancanza di flessibilità, e ne abbiamo parlato. Vediamo gli altri tre, magari un po’ più in fretta se no qui finiamo che è Pasqua.

Secondo blocco: il culto del sapere specialistico. È utile ricordare che gli umani non l’hanno sempre avuto. Un greco del V secolo, un monaco medioevale o un erudito del Rinascimento avrebbero fatto fatica ad accettare che a difenderli da una pandemia potesse essere un virologo che aveva studiato solo virus. Neanche l’idea di un medico, puro e semplice, li avrebbe entusiasmati. Adesso questa posizione ci sembra infantile e perdente, ma solo perché veniamo da almeno due secoli di mitizzazione della scienza. In realtà, quei tre uomini intuivano, ognuno a modo suo, che qualsiasi porzione del reale fa parte di un sistema più complesso e che l’unico sapere utile è quello capace di muoversi nell’intero sistema, non solo in alcune sue parti. Per un simile modo di intendere il sapere, un medico incapace di conoscere il nome delle piante e riconoscere una bella poesia era poco più che un tecnico scarsamente autorevole. Se la cosa vi sembra immatura chiedetevi questo: dai vostri attuali arresti domiciliari, cosa dareste perché a orientare le politiche governative di contrasto alla Pandemia ci fossero anche un filosofo, un matematico, un antropologo, uno psicologo, un botanico, un poeta e uno storico? Io molto. Non potendolo fare, mi prendo almeno la libertà di scrivere qui che il vertiginoso progredire dei saperi specialistici ha generato un regresso collettivo nella capacità di incrociare i diversi saperi degli uomini e nell’abilità di usarne diversi contemporaneamente: quello che un tempo si chiamava sapienza. Questa capacità, andata per secoli in disuso, adesso è rientrata dalla finestra e sembra essere uno dei tratti dominanti di una certa nuova intelligenza. Il fatto che i filosofi siano a tornati a sapere e parlare di piante e di tecnologia, che un copy incapace di fare l’art sia diventato un’inutile complicazione, che i portieri si siano messi a giocare coi piedi e che il mio telefono faccia dei video, dovrebbe suggerire qualcosa. Evidentemente stiamo alzando il livello del gioco, e quello a cui stiamo pensando è un sapere capace di avere lo sguardo del falco e la pazienza della quercia – la precisione di un bisturi e la memoria di una montagna. Quando lo incontriamo, sappiamo che ci piacerebbe sapere così.

Terzo blocco. È un’intelligenza fanaticamente stanziale, incapace di nomadismo. Discende da alcuni principi o valori, e da quelli è difficilissimo sradicarla. Dove ha fondato città concettuali, lì rimane, anche se arriva un’invasione o una carestia. Tecnicamente è come condannarsi a guardare la Terra inchiodati a pochi e immutabili angoli di visuale: tutta la forza dell’intelligenza è poi utilizzata per rendere lo sguardo sempre più acuto, ma la verità è che basterebbe spostarsi due vallate più in là e si capirebbero, anche da miopi, un sacco di cose. Faccio un esempio non necessariamente gradevole. La Costituzione è per tutte le democrazie novecentesche un principio quasi indiscutibile. Al momento attuale, l’intelligenza spesa a capire cosa sia costituzionale e cosa no è infinitamente maggiore di quella dedicata a capire se la Costituzione sia ancora valida, attuale, adatta. Perché? Perché l’intelligenza novecentesca è stanziale. Ma lo è a livello tale da non accorgersi che, per fare un esempio, fondare una Repubblica sul lavoro è una bella idea ma anche un’idea tremendamente vecchia adesso che il lavoro sta scomparendo dal mondo per nostra scelta e nostra decisione. Analogamente, è difficile pensare che salveremo questo pianeta se non saremo capaci di riscrivere le nostre Costituzioni mettendo in cima a tutto i diritti dei viventi che non siamo noi. Ma invece ce ne rimaniamo fermi dove siamo e nessuno, quasi nessuno, in questo momento, sta pensando che la prima cosa che le democrazie occidentali dovrebbero fare è riscrivere le proprie Costituzioni. Cioè rifondare la propria città.

In un’altra vallata, sulle rive di un altro lago, sotto un diverso cielo. Non lo facciamo perché il nomadismo, se si tratta di valori e principi, è considerato una prassi barbara, figlia di una certa ignoranza, o di un deficit di disciplina, o del populismo. Così invecchiamo in città concettuali ormai sconfinate quali, per esempio, il diritto allo studio, la libertà d’espressione, la difesa della proprietà, il senso della patria, i diritti umani, la democrazia. Splendide, esauste città, con abitanti spesso infelici. È evidente che dovremmo partire e andare a rifondarle in qualche zona meno minacciata dalla carestia di idee. Ma non lo faremo mai, fino a quando non chiameremo un’altra intelligenza, a guidarci.

Quarto e ultimo blocco. È un’intelligenza che si ostina a scegliere la razionalità come proprio tratto identitario. Che si crede, e si vuole, razionale. Qui la cosa è piuttosto complicata. Spero di riuscire a spiegarmi bene. La prima cosa discutibile è pensare di potere essere razionali, integralmente razionali: credere che esista un modo di prendere decisioni che sia al riparo da qualsiasi storytelling, da qualsiasi curva emotiva e da qualsiasi istinto. Davvero qualcuno ancora crede che esista? Qualcuno davvero crede che la decisione di sospendere la somministrazione di un vaccino per quattro giorni, per un controllino, sia razionale? (è solo un esempio tra i tanti). Forse sono pazzo, ma a me sembrerebbe molto più efficace un’intelligenza che mettesse in conto storytelling, emotività e istinto, imparasse a conoscerli, e non ci provasse nemmeno a far passare le sue decisioni come risultato indiscutibile di operazioni logiche impeccabili. Mi piacerebbe un’intelligenza anfibia, per così dire, capace di prendere decisioni anche sotto la linea di galleggiamento della razionalità, anche in immersione, e consapevole di farlo. Ne avrei anche un po’ le palle piene di questa fiaba della razionalità. E poi. Soprattutto. Non c’entra tanto come ci muoviamo noi umani, c’entra com’è fatta la realtà, com’è fatto il mondo. Là fuori le cose si muovono per un’energia, e secondo traiettorie, di cui qualsiasi razionalità umana sa pochissimo. A mala pena intuiamo la punta dell’iceberg. C’è un respiro del mondo che non è solo una fiaba per svitati, e chi non lo sente – non dico respirarlo, ma almeno sentirlo – non ha una reale possibilità di prendere decisioni che generino una qualche felicità tra i viventi. Anche solo le connessioni, pensate a questo, alle connessioni: come la vegetazione di un immane bosco, le cose vive si scambiano informazioni, si legano in catene chimiche, formano invisibili legami da cui traggono sopravvivenza: non esistono alberi, ma boschi, e tutte le volte che noi smontiamo questa semplice e primitiva unità, ad esempio con il sapere specialistico, oppure selezionando solo quello che è logico, noi perdiamo la presa su quello che studiamo, ci stacchiamo da lui, ci sfiliamo via dal reale: prima o poi tornerà a farci del male. Non c’è niente di poetico, credetemi: è solo che siamo – il mondo è – un paesaggio meravigliosamente complesso, che nessuna scrittura logica saprebbe nominare davvero. Per questo un’intelligenza convinta di domarlo con la razionalità non è per noi. E un’intelligenza convinta che lo scopo sia domarlo, invece che abitarlo, non è un’intelligenza: forse lo è stata, ma non dovrebbe esserlo più.

Bene. Possiamo riassumere. Per motivi a molti inspiegabili, continuiamo a metterci nelle mani di un’intelligenza che procede per sistemi poco flessibili, sotto la spinta di saperi che non comunicano, senza l’energia di rivedere i propri punti d’appoggio concettuali e intorpidita dal mito leggendario della razionalità. L’abbiamo chiamata intelligenza novecentesca, e qui ci scusiamo con Benjamin, Picasso, Foucault, Jimi Hendrix, John McEnroe e tutti coloro che non hanno avuto niente a che fare con quel modo di stare al mondo: ma quando abbiamo scelto un’intelligenza per gestire il mondo non abbiamo scelto la loro ed è stato un vero peccato. Abbiamo scelto quella che adesso ancora ci presenta il conto, con la consueta, irritante annotazione there is no alternative. In qualche modo bisogna chiamarla. Novecentesca.

Il minimo che possiamo fare è chiederci se davvero è l’unica intelligenza di cui disponiamo. È la domandina che ci faremo nella prossima, ultima, puntata. Non prometto una risposta. Ma la domanda sì.

https://www.ilpost.it/2021/03/30/baricco-mai-piu-quattro/?fbclid=IwAR0qTy_oDiF3Eaj9n-jObrcfnQxpe9N6_rItiziCVq7-8yH3sv2PbWqAWBM

Mai più, quarta e ultima puntata

«Insomma, non stiamo parlando di qualcosa di folle o utopico, stiamo parlando di qualcosa che c’è. E allora dove sta il problema? Il problema è che se guardate tutta quella gente la vedrete costantemente in lotta con una qualche organizzazione più grande di lei, che non lascia passare quel tipo di intelligenza»

Così, chiusi in casa ad assistere all’ultima stanca recita dell’intelligenza novecentesca, si aspetta l’avvento di una nuova intelligenza, capace di portarci via di qui. Da che parte arriverà, ci si chiede. E se è già tra noi. Sempre questo istinto messianico ad aspettare il salvatore. A cercare una stella cometa nel cielo per capire dove sta nascendo. Principio speranza.

Se esiste una nuova intelligenza, una cosa è lecito aspettarsela: sarà immune dai blocchi che stanno incartando quella novecentesca. Quindi uno si immagina gente capace di allestire sistemi flessibili, dotata di un sapere multiforme, sufficientemente audace da riaggiornare spesso i propri principi, e felicemente estranea all’idea di dovere sempre domare in modo razionale la realtà. Adesso la domanda è semplice: guardandosi intorno, accade di vederla all’opera, gente del genere?

Be’, certo, sì. Per dire, molti di quelli sotto i 35 anni sono così. Se sono intelligenti, tendono a esserlo in quel modo. Ma non è solo un tratto generazionale. Se ci pensate bene, ci sono un sacco di ambienti, aziende, istituzioni, realtà, in cui potrete trovare, anche ai vertici, gente che la pensa così. Che agisce in quel modo. È perfino probabile che gran parte di quelli che stanno leggendo questo articolo siano persone cui viene abbastanza naturale stare al mondo in quella maniera lì. Insomma, non stiamo parlando di qualcosa di folle o utopico, stiamo parlando di qualcosa che c’è. E allora dove sta il problema?

Il problema è che se guardate tutta quella gente la vedrete costantemente in lotta con una qualche organizzazione più grande di lei, che non lascia passare quel tipo di intelligenza. Che la rallenta. Una specie di palude che la circonda e dove la nuova intelligenza spesso si impantana. Sarebbe bello dire che è il Potere, a fregarla. Un Potere ancora novecentesco. Ma la cosa è più complessa. A fregarla è la logistica delle nostre comunità, il design strutturale del mondo. A fregare l’insegnante che ha in mente un modo più adatto di insegnare, non è l’autorità razionale di un preside ottuso o la cieca rigidità dei programmi ministeriali: spesso è lo scetticismo dei colleghi, l’ignoranza dei genitori e la pigrizia degli allievi. Il ventenne che avesse in mente una start up destinata a smantellare l’assurda complessità del pagamento delle multe (per dire) sarebbe fregato non da un competitor più potente, che non esiste, ma dal semplice fatto che il numero di persone che vivono grazie a quella complessità è sufficientemente alto da creargli intorno una specie di cordone sanitario. Voglio dire che è la logica strutturale del mondo a rallentare la nuova intelligenza. Il modo in cui è costruito. D’altronde chi lavora alla casa degli umani con una nuova intelligenza di solito non sta ridando la tinta alle pareti, ma sta abbattendo l’edificio per ricostruirlo con un sistema costruttivo diverso. L’intelligenza non fa il decoratore, è un ingegnere strutturale. Per questo il mondo le fa resistenza. Non vuole crollare. Sta su, come il Ponte Morandi, fino all’ultimo istante possibile. Con l’aiuto di mille cecità, complicità, furbizie che ne rimandano il crollo fino all’estremo.

Ma, vedete, ci sarà sempre quel pomeriggio di pioggia, e gli stralli cederanno.

Nel modo più spettacolare, gli stralli hanno ceduto quando nel panorama del mondo ha fatto irruzione la rivoluzione digitale. Quello è un caso emblematico di nuova intelligenza che disfa la vecchia. Per quanto fosse resistente la densità conservativa che circondava i pionieri di quella rivoluzione, non c’è stato poi niente da fare: dove volevano passare, sono passati. Potevi anche essere Walmart, ma Amazon ti stava fregando. Potevi anche essere il New York Times, ma Twitter ti stava mettendo in ginocchio. Quel che potevi fare, una volta crollato, era scegliere se rimanere sepolto sotto le macerie o ricostruirti più velocemente possibile con il nuovo sistema costruttivo. È la storia di questi giorni.

Così adesso possiamo chiederci se per caso non erano proprio loro, i pionieri del digitale, la nuova intelligenza, e le loro tecniche costruttive il nuovo design strutturale del mondo. Credo di poter dire che sì, in effetti i rivoluzionari digitali hanno cominciato a ricostruire la casa degli uomini secondo una nuova tecnica costruttiva, e hanno iniziato a farlo dal basso. Hanno iniziato dal telefono, pensa te. Dalla macchina per scrivere. Ora sappiamo che ce l’avevano davvero con l’intelligenza novecentesca, possiamo dire tranquillamente che la disprezzavano: alcuni di loro nemmeno si sono laureati. Se andiamo a vedere i quattro blocchi che incartavano i loro padri, loro ne hanno sbloccati alla grande almeno due, con grande chiarezza: hanno cercato e trovato un tavolo da gioco in cui tutto è in perenne movimento, e in cui vince solo chi è flessibile e veloce a trasformarsi; e poi si sono messi a distruggere totem uno dopo l’altro, passando sopra principi e valori che sembravano inamovibili: non erano cattivi, erano solo rivoluzionari, feroci e affamati.

Eppure non è bastato, a quanto pare. Qualcosa non deve aver funzionato, se ancora stiamo qui ad aspettare una nuova intelligenza che ci venga a salvare. Sulla faccenda girano le idee più strane.

Per quanto ne ho capito io, non hanno funzionato fondamentalmente tre cose.

La prima è che partendo dal basso la rivoluzione digitale ha lasciato in piedi tutte le grandi istituzioni novecentesche del vivere comunitario: per dire, la scuola, la politica, le leggi, le Chiese. Franava il New York Times, ma non la professoressa di greco. Chiudevano le librerie, ma non i partiti. Così è iniziata questa curiosa schizofrenia per cui gli umani si sono trovati a vivere due dimensioni parallele: una, privata e individuale, in cui erano nel futuro, l’altra, pubblica e collettiva, in cui erano rimasti inchiodati al Novecento, quando non all’Ottocento.

Scomodo.

Un’altra cosa che non ha funzionato è che erano tutti maschi, ingegneri, americani, bianchi. Quasi tutti, a voler essere precisi. Ma insomma, la sostanza era quella: i rivoluzionari digitali appartenevano a un’élite non solo molto specialistica, ma anche antropologicamente e sociologicamente profilata in modo quasi claustrofobico: un quadro molto novecentesco. Cosa può nascere da un’élite del genere? È chiaro che era già tutto imperfetto in partenza: non c’è niente al mondo che, se lo fate pensare da maschi, ingegneri, americani, bianchi, può davvero funzionare. Una religione, un’orchestra, un autolavaggio: niente.

Seccante.

Terza cosa: il digitale è una tecnologia che nasce dai numeri, rifugio prediletto della razionalità. Prendete un’espressione come “il respiro del mondo”, e cercatela nell’indice mentale di quella rivoluzione: non è nei primi cento posti. Forse albergava in alcuni dei suoi pionieri: ma non è facilmente reperibile nei device che hanno creato. In questo modo si è finito per fiaccare quella che potremmo chiamare la parte non numerabile del mondo, la vibrazione invisibile del creato. La rivoluzione digitale ha moltiplicato le esperienze, ha devastato tutta una rete di privilegi, ha riportato il senso sulla superficie del mondo liberandolo dalla galera di tanti sacerdoti: ma poi, a forza di numerare il mondo, l’ha per così dire irrigidito, spogliandolo di una complessità che è difficile definire senza ricorrere alla rischiosa parola spirituale.

Inquietante.

Così, in definitiva, la rivoluzione digitale pare essere stata una geniale evasione, una grandiosa distruzione di muri, e la spettacolare apertura di un varco: solo che poi non ci siamo infilati, in quel varco, ci siamo persi a discutere di fake news, di capitalismo della sorveglianza, di cose così. E in qualche modo ci siamo fermati a metà strada. La Pandemia ci ha colto su una specie di confine. Lì vacilliamo, attualmente, aspettando di sapere da che parte cascheremo, quando sarà passata ‘a nuttata. Ci aiuterebbe molto disporre di una nuova intelligenza, e per questo abbiamo il dovere di scovarla, pretenderla e proteggerla. Di dirla, in qualche modo.

E allora provo a dirla, e poi la finiamo e torniamo a raccontare storie.

Non potrei spiegare, ma so che l’intelligenza di cui abbiamo bisogno non è un’intelligenza. Sicuramente userà catene logiche, per tenere insieme le proprie mosse, e utilizzerà il sapere per decidere quali fare. Ma non sarà un metodo, non si appoggerà su una rete di principi, non sarà in nessun modo una forma di razionalità. Sarà un fare. Sarà una prassi. Sarà una collezione di mosse. L’intelligenza sarà un fare.

Non saprei spiegare bene, ma credo che sarà un fare animale, e quindi per lei pensare sarà un movimento del corpo. Ne sarà consapevole, e in lei finirà questa illusione igienista di pensare pulito. Pensare sporco, ma bene, è ciò che farà.

Sarà animale, e quindi collegata al desiderio, non a un principio morale, a un dover essere. Il pensiero c’entrerà con la fame e sarà probabilmente semplice. Comprendere sarà qualcosa di affine all’abitare, non all’andare a caccia. Conoscere smetterà di essere uno strumento di aggressione e dominio, e avrà a che vedere con il bisogno di ascoltare e di integrarsi.

Non saprei dire il perché, ma sarà nomade, un’intelligenza nomade. Non avrà una casa, ma molte case. Tutte sarà capace di abbandonarle.

Credo che sarà diffusa, e non concentrata in alcuni luoghi deputati all’intelligenza. Sarà collettiva e non individuale.

Mi aspetto che sarà un’intelligenza capace di grande memoria e grande visione: nei momenti più belli, le due cose coincideranno.

So che sarà un’intelligenza emotiva, non nel senso che scoppierà a piangere ogni tre minuti, ma nel senso che lavorerà a partire dalle emozioni. Si muoverà cercando di processare le vibrazioni che, attraverso le emozioni, riceverà dal mondo. Così, essere intelligenti coinciderà con la capacità di registrare il mondo, di sentirlo. Qualsiasi astrazione concettuale elaborata per sintetizzare a freddo la realtà sarà considerata una mappa semplicistica e dunque rischiosa. Nulla di cerebrale sarà considerato utile. Ogni prassi capace di educare alle emozioni sarà guardata con rispetto.

Ragionare sarà considerato un necessario mestiere di servizio, e intuire diventerà il cuore di qualsiasi faccenda.

Tutte le decisioni, credo, discenderanno da un’unica abilità: riconoscere ciò che è morto da ciò che è vivo. Qualsiasi mossa faremo, la faremo per portarci a ridosso di un’energia. Non sarà un’intelligenza che sprecherà risorse a mantenere in vita, per debolezza, ciò che non vibra più. Non le sarà propria l’ambizione ad alterare il corso delle cose, ma se mai quella di saperlo riconoscere.

Non saprei articolare bene la cosa, ma credo che sarà un’intelligenza superficiale, cioè leggera, precaria, sottile. Si muoverà a vista, allo scoperto. Parrà, a tutte le intelligenze che l’hanno preceduta, sottilmente ingenua. Sarà femminile, nel senso che i maschi danno a questo termine. Sarà maschile, nel senso che le femmine danno a questo termine. Sarà imprendibile.

Userà i numeri per controllare il mondo e i nomi per perderne il controllo. Saprà certamente calcolare ma spesso non lo riterrà opportuno. Saprà nominare, ma mai per de-finire il mondo, se mai per ri-cominciarlo.

Mi sembra ovvio pensare che sarà un’intelligenza audace. Nel senso che non avrà paura di perdere e di trovare. Chiunque fabbricherà paura sarà di intralcio, tutti quelli che la moltiplicheranno saranno accompagnati gentilmente fuori. Gli esploratori avranno un posto speciale, li si riterrà necessari. Commiati, addii e distacchi saranno insegnati, come gesti artigianali da compiere bene: li si riterrà obbligatori.

E infine. Sarà un’intelligenza che non ci sorprenderà, perché abbiamo con lei un appuntamento da un sacco di tempo. Moltissime persone ne fanno già lo statuto del proprio stare al mondo. Mentre accettano disciplinatamente la razionalità dominante, la praticano con l’istinto di chi non ha bisogno di capire. L’hanno imparata nei proprio gesti. I più giovani l’hanno spesso ricevuta in dono e basta. Ce l’hanno talvolta senza sapere di averla. Tutti la riconoscono, e contribuiscono a crearla. Non c’è nulla di poetico né utopistico in lei: è un fare condiviso da moltissima gente, che macina decisioni ogni giorno – è semplicemente una delle intelligenze che fanno girare il mondo. È un artigianato del vivere. Siamo destinati, mi sembra, ad affidargli quanto abbiamo di più caro. Un giorno, che faccio fatica a vedere così lontano, guarderemo il nostro andare, penseremo che mai più, mai più così, mai più, e alla precarietà ferrea di quel gesto artigianale affideremo quanto abbiamo di più caro. Sarà un giovedì qualunque, mi sa. Ma è anche possibile che sia stato ieri. Non so, potrei essermelo anche perso. Ero lì, chiuso a scrivere un articolo un po’ difficile.